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a cura di Claudio Elidoro

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Secondo un recente studio, l’instabilità orbitale di Marte avrebbe innescato glaciazioni più drammatiche di quelle avvenute sulla Terra, le cui tracce potrebbero essere scovate dalla missione Phoenix.

I ghiacci di Marte

Tra le cose per le quali dobbiamo essere grati alla nostra Luna, oltre che per le chiacchierate romantiche al suo chiarore, vi è certamente la sua azione stabilizzatrice dell’asse terrestre. E’ grazie al nostro satellite, infatti, che l’asse terrestre non traballa e, nonostante quanto si sente in giro, le stagioni rimangono pressochè costanti.

Marte non gode della nostra stessa fortuna e il suo asse, oggi inclinato di 25 gradi, è drammaticamente soggetto ad aumentare o diminuire la sua inclinazione anche di una decina di gradi. Questo traballamento comporta che, variando l’insolazione, anche la situazione climatica generale subisca notevoli sbalzi.

In uno studio pubblicato su Nature la scorsa settimana, l’astronomo Norbert Schörghofer (University of Hawaii) suggerisce che queste variazioni climatiche, alternando periodi più secchi a periodi più umidi, hanno finito col generare sul pianeta rosso due tipi differenti di ghiaccio, facilmente identificabili dal Phoenix Lander quando il prossimo anno giungerà su Marte.

Secondo Schörghofer, circa 4 o 5 milioni di anni fa il clima su Marte era molto più umido, caratterizzato da copiose nevicate anche al di fuori delle regioni polari, una situazione molto simile a quella sperimentata più volte anche dalla Terra. La successiva variazione di inclinazione dell’asse del pianeta, però, ha modificato le cose, rendendo il clima più secco e obbligando il ghiaccio o a ritirarsi a una maggiore profondità oppure a scomparire del tutto, tranne - ovviamente - alle latitudini più elevate. La nuova situazione climatica, sempre secondo Schörghofer, ha fatto sì che allo strato di ghiaccio direttamente riconducibile alle nevicate venisse a sovrapporsi quello derivante dalla diffusione e dal congelamento nel suolo marziano del vapore d’acqua presente in atmosfera.

La nuova teoria, insomma, prevede che il Phoenix Lander, quando raggiungerà le regioni polari del pianeta rosso e comincerà le sue indagini del suolo marziano, troverà le chiare tracce di questi due differenti strati di ghiaccio, uno più giovane imprigionato dalle porosità del terreno e, più in profondità, un ghiaccio più antico, risalente all’epoca delle glaciazioni marziane.

L’ipotesi di Schörghofer è senza dubbio molto interessante. Ora non ci resta che aspettare dalla missione Phoenix la sua conferma o la smentita. Impegni per il prossimo anno?

Fonte: Coelum

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