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a cura di Gabriella Bernardi

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Non capita tutti i giorni di ascoltare direttamente la voce di un astronomo che ha aperto un nuovo campo d’indagine, ma alle volte accade: Jocelyn Bell Burnell, la scopritrice delle pulsar o stelle a neutroni

Pare che prima della riforma del calendario, il 13 dicembre, che ricorda Santa Lucia, fosse il più corto dell’anno, ovvero quello con meno illuminazione solare al quale seguiva il cambio di stagione. In tale giorno la tradizione dice che non si doveva svolgere alcuna attività rotatoria come ad esempio filare, mescolare o tornire per il timore di interferire, con movimenti circolari, col ritorno del Sole.

Proprio il 13 dicembre Jocelyn Bell Burnell si trovava a Torino per tenere una conferenza divulgativa sugli oggetti da lei scoperti nel 1967, quando era studentessa a Cambridge: le pulsar, stelle particolarissime la cui rapida rotazione viene usata come un cronometro talmente affidabile che può essere utilizzato per misurare il rallentamento della rotazione terrestre, e la cui regolarità supera anche la precisione dei più precisi orologi atomici disponibili.

Sorvolando sul fatto che il suo contributo non sia stato considerato da Stoccolma e che il premio Nobel venne assegnato nel 1974 al suo docente, ad oggi ha ricevuto inviti in tutto il mondo, le è stata conferita una laurea honoris causa e ha ricevuto diversi altri premi prestigiosi come la Medaglia Michelson, il Premio Oppenheimer, il Magellanic Premium e la Medaglia Herschel.

Tornando alla scoperta di quaranta anni fa, le pulsar, queste stelle collassate in un oggetto densissimo (immaginate di poter comprimere 6 miliardi di uomini all’interno di un ditale) e in rapidissima rotazione (nel video a fianco è possibile ascoltare il segnale, convertito in suono, che captano i radioastronomi) erano già state previste nella teoria dell’evoluzione stellare come fase finale di vita di stelle molto massicce e Jocelyn Bell ne raccolse la prima prova sperimentale.

Dopo quarant’anni dalla scoperta sono state monitorate diverse pulsar, tutte relativamente vicine per via della debolezza del segnale che emettono e sono anche protagoniste di uno dei più precisi test della Relatività Generale di Einstein, nel quale il graduale rallentamento del loro periodo di rotazione ha fornito una prova indiretta dell’esistenza delle onde gravitazionali.

Ancora più interessante è stato apprendere che una giovane astronoma italiana, Marta Burgay, nata in Valle d’Aosta e che lavora presso l’Osservatorio Astronomico di Cagliari, durante la sua tesi di dottorato ha scoperto in Australia la prima pulsar doppia, ma sentiamolo direttamente dalla sua voce nel video a fianco.

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