Scoperto un sistema planetario simile al nostro

Astronomi britannici hanno scoperto, mediante il metodo del micro-lensing, un sistema planetario simile al nostro con due pianeti delle dimensioni di Giove e Saturno.

Astronomi britannici dell’Università di St. Andrews hanno scoperto, mediante il metodo del “micro-lensing”, un sistema planetario simile al nostro con due pianeti delle dimensioni di Giove e Saturno attorno ad una stella grande circa la metà del Sole. L’interesse del nuovo sistema sta nel fatto che i due pianeti rivolvono attorno alla loro stella a distanze proporzionali a quelle dei nostri due giganti gassosi.

Finora si erano trovati normalmente pianeti giganti molto vicini alla stella centrale. La nuova scoperta potrebbe significare che il sistema della stella OGLE-2006-BLG-109L si sia formato in modo simile al nostro e potrebbe quindi ospitare pianeti di tipo terrestre. Purtroppo la grande distanza della stella (5000 anni luce) non permette di evidenziare masse più piccole.

La tecnica del “micro-lensing” sfrutta il fatto che quando una stella relativamente vicina passa davanti ad una sorgente lontana ne amplifica la luminosità per effetto lente. Se un pianeta orbita attorno alla stella vicina, il picco di luminosità subisce un ulteriore piccola variazione che fornisce distanza e massa del corpo planetario. In questo modo si spera di poter arrivare molto presto fino a masse simili a quella della Terra.

Il metodo del micro-lensing

Sopra: Le varie fasi che portano alla scoperta del $pianeta$. In (1) la sorgente lontana non subisce effetto lente da parte della stella vicina. In (2) la sorgente aumenta la sua luminosità per effetto lente, ma a questa si aggiunge il contributo (misurabile) del $pianeta$. In (3) e (4) l’effetto lente è dovuto solo alla stella vicina. In (5) l’effetto lente finisce

Informazioni su Vincenzo Zappalà 971 Articoli
Professore ordinario di Astrofisica, oggi in pensione. La sua specializzazione è stata la Planetologia e, in particolare, i corpi minori del Sistema Solare. E' stato uno dei "pionieri" dello studio fisico degli asteroidi negli anni '70, dedicandosi soprattutto alla determinazione dell'asse di rotazione e, più in generale, all'evoluzione collisionale della fascia principale. I suoi contributi hanno toccato vari risvolti innovativi sia di dinamica che di fisica, portando alla determinazione univoca, ormai globalmente riconosciuta, delle famiglie astroidali. Su queste ha svolto studi molto dettagliati. Ha al suo attivo più di 250 lavori pubblicati sulle maggiori riviste internazionali del settore. E’ stato varie volte membro di Consigli Scientifici di Congressi Internazionali, oltre che Presidente di alcuni di questi. Ha tenuto numerosi discorsi invitati in tutti i maggiori centri di ricerca europei e americani, oltre che in Giappone, in India e in Russia (presso l’Accademia delle Scienze di Mosca). Ha tenuto un corso di planetologia avanzata presso l'Università di Rio de Janeiro. Dal 1997 al 2000 è stato Presidente della Commissione 15 dell’Unione Astronomica Internazionale, di cui è membro fin dal 1975. E’ stato anche co-leader del gruppo di lavoro sul Sistema Solare della missione spaziale GAIA. L’asteroide 2813, scoperto nell’Osservatorio Lowell di Flagstaff (Arizona), gli è stato dedicato e porta il suo nome. Ha sempre avuto una grande passione per la divulgazione, cercando di far conoscere l'astrofisica e le sue meraviglie a tutti colloro dotati di volontà di imparare, indipendentemente dal titolo di studio e dall'età. E' autore di diversi libri dedicati all'Universo, che si possono trovare nell'apposita sezione del sito. Da parecchi anni collabora come esperto esterno a questo blog inserendo articoli che spaziano tra i diversi campi dell'astrofisica, sempre, però, condotti a un livello interpretativo comprensibile anche dai neofiti.

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7 Commenti

  1. Leggendo l’articolo mi chiedevo quanto tempo fosse necessario per capire che una stella più vicina svolge la funzione di lente garvitazionale nei confronti di una sorgente luminosa molto piuù lontana: cioè vorrei capire quanto tempo impiega la stella più vicina per passare davanti alla stella più lontana in modo da consentire agli studiosi di notare il suo effetto lente…….

  2. @Simone,
    tre sono i parametri che definiscono la durata del fenomeno. La distanza delle stelle, la massa della “lente” ed il suo moto proprio. Si può andare da giorni a mesi. Potrebbe anche durare molto di più, ma sarebbe difficile avere la curva di luce. Se vai al sito http://planet.iap.fr/planeet.html puoi vedere la curva di luce con una lente singola e come viene deformata a causa di un pianeta che rivolve attorno a lei. OK ?

  3. Domanda al Prof.: presupponiamo di individuare un sistema planetario identico al nostro a 5000 anni luce di distanza da noi. In questo sistema ci sarebbe anche un pianeta simile o identico alla terra. Come potremmo avere una prova dell’esistenza di forme di vita in quel pianeta così distante da noi? E qualora riuscissimo a capire che tale pianeta è popolato, come potremmo manifestare la nostra presenza a loro? Probabilmente saremmo destinati ad “ignorarci”. Mi piacerebbe sapere come affrontano la questione gli astronomi. Spero di non essere andato troppo fuori tema, chiedo scusa in anticipo!

  4. Grazie per la risposta. Se ho ben capito, gli astronomi attendono impazientemente che una stella passi prospetticamente davanti ad un’altra stella in modo da sfruttare la sua lente gravitazionale per poter capire se ci siano dei pianeti che le orbitano attorno? Se è così, deve essere snervante aspettare un determinato fenomeno senza ottenere il risultato sperato (scoperta di un pianeta extra solare)

  5. @Simone,
    purtroppo è così…Tuttavia, si cerca di guardare verso il centro della galassia dove le stelle di sfondo sono più numerose e poi vi sono programmi osservativi che eseguono il lavoro in automatico settacciando il cielo.
    @Maurizio,
    per sapere se può contenere vita avremmo almeno bisogno di osservazioni spettroscopiche che ci indichino la presenza di elementi particolari, quali ad esempio l’ozono. Per il resto non ci sarebbe niente da fare… 5000 anni sono troppi per chiunque, a meno che non si possa superare la velocità della luce. Ma per il momento la nostra fisica non ce lo permette …

  6. Secondo lei Sig. Zappalà, col progredire della tecnologia, è probabile che l’affinamento dei vari sensori ci consentirà entro, diciamo, un decennio, di individuare un pianeta di tipo terrestre, e non i soliti giganti gassosi, in un raggio di qualche decina di anni-luce e che fino ad ora ci sfugge ❓ Forse è “vicino” a noi e ancora non lo sappiamo ❗ Oppure lo esclude categoricamente, altrimenti l’avremmo già scorto? 😕

  7. @Moreno,
    sicuramente anche prima… Nel 2009 partirà la mission Kepler della NASA, fatta apposta per scoprire pianeti terrestri (http://kepler.nasa.gov/about/). Tuttavia, ci sono anche varie campagne terrestri, come la MACHO o la PLANET o OGLE che con il microlensing potranno presto trovare una “terra”. Pochi anni luce sono un po’ un problema… mai dire mai, ma direi che bisogna andare un po’ più distante…