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Il treno

Scritto da Vincenzo Zappalà il 19 Aprile 2008 @ 18:07 in Racconti | 8 Commenti

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Questo racconto non è facilissimo, ma non credo ponga problemi a dei preparatissimi astrofili. Spero comunque di aver trasmesso il senso di consapevole accettazione delle regole dell’Universo, qualsiasi esse possano essere.

Arrivò alla stazione appena in tempo. Dovette addirittura mettersi a correre per salire sulla carrozza e sistemare la pesante valigia con il treno già in movimento. Tirando un profondo sospiro riuscì lentamente a calmarsi e si accomodò nel sedile vicino al finestrino. Il convoglio stava già correndo nella campagna quando si sentì finalmente a suo agio e si rese conto di essere solo nello scompartimento. Meglio così. Non aveva voglia di parlare, anche perché il viaggio sarebbe stato molto lungo e prima o poi avrebbe avuto sicuramente compagnia. La cosa lo spaventava un po’: di solito i viaggiatori sono sempre molto ciarlieri e si finisce sempre a parlare di tempo, di politica o di sport. E a lui quelle cose interessavano poco, soprattutto nel suo attuale stato d’animo. Era meglio godersi la pace di quel momento e guardare scorrere le colline, gli alberi, le case ed i campi coltivati. C’era un bel sole e la visibilità perfetta. Tempo ne aveva a sufficienza e avrebbe rimandato a dopo la rilettura della sua conferenza.

Il treno

Sapeva che sarebbe stata un grosso shock per molti colleghi e non solo, e che avrebbe sicuramente sollevato critiche anche feroci e addirittura frasi di scherno. Per un po’ aveva pensato di non rendere pubblici i risultati della sua ricerca. Ma alla fine si era convinto che non poteva fare diversamente. Prima o poi molti altri sarebbero giunti alla sua stessa conclusione e tanto valeva essere il primo a fare scoppiare la “bomba”. Sembrava impossibile che nessuno se ne fosse ancora accorto. Eppure tutti i dati mostravano un’accelerazione terrificante ed incontrollabile. Ogni volta che li estrapolava trovava tempi sempre più corti. Tutto ciò ovviamente lo spaventava, ma non poteva più avere dubbi.

Si ricordava benissimo quella sera di giugno di tre anni prima, quando si era messo addirittura a ridere dei suoi calcoli preliminari. Che sbaglio madornale aveva mai fatto per ottenere quell’assurdità? Aveva sicuramente saltato qualche passaggio fondamentale o aveva inserito erroneamente gli ultimi dati presi dal [1] telescopio spaziale. Certo che sembrava incredibile che un piccolo errore potesse portare a quella soluzione veramente impossibile. Se ne era andato a casa e non ci aveva più pensato. Il tramonto aveva dei colori straordinari, veramente eccezionali, e meritava di essere goduto in pieno. Aveva tempo l’indomani mattina per correggere lo sbaglio.

Poi tutto era precipitato. L’errore non c’era ed i nuovi dati peggiorarono ancor di più la sua assurda previsione. Dopo giorni e mesi di calcoli spasmodici e di teorie sempre più strambe, tutti i dubbi scomparvero. In quei tre anni non ebbe più nemmeno il tempo di godere dei tramonti che diventavano sempre più fantasmagorici. Ora, finalmente, si era deciso a condividere con gli altri il suo segreto. Non poteva più tacere anche se questo voleva dire sconcerto e derisione e avrebbe dato un duro colpo alla sua brillante carriera. Scrollò la testa e si mise a contemplare il panorama. La solitudine era proprio quello che agognava e voleva godersi in pace quel lunghissimo viaggio. Si sentiva protetto in quello scompartimento, quasi fosse fuori dal tempo e dallo spazio.

Non aveva guardato le previsioni del tempo e ci rimase molto male quando la meravigliosa giornata di Sole si trasformò in una grigia mattinata. Poi arrivò perfino la nebbia e il treno si infilò nell’oscurità biancastra. Peccato! Forse sarebbe stato meglio cercare di dormire un poco. Si svegliò alla prima fermata e due viaggiatori entrarono nel suo scompartimento. Lui chiuse gli occhi e finse di essere appisolato. Non voleva parlare con nessuno. Ma anche i nuovi occupanti sembravano voler tacere e rimasero in silenzio per tutto il tempo. Lui li guardò per un poco ad occhi semichiusi. Persone molto distinte, alte e signorili come poche. Lo sguardo perso nel nulla sembrava sveglio ed intelligente. Poi riprese il sonno interrotto.

Quando si risvegliò la nebbia era ancora più fitta e gli occupanti erano cambiati. Due uomini ed una donna, nuovamente di bella presenza, ma con una testa un po’ troppo grossa. Soprattutto la cassa cranica sembrava esagerata. Dovevano essere parenti stretti perché esibivano tutti la stessa strana fisionomia. Scesero alla fermata successiva senza avere aperto bocca. Salirono due anziani. I volti erano pieni di rughe. Dovevano avere più di 80 anni, certamente, ma sembravano scattanti e lucidissimi. Erano magrissimi, quasi filiformi, ma anch’essi con una testa sproporzionata. Non poteva essere un caso. Forse era una caratteristica tipica di quella regione. Non proferirono parola, ma solo un triste sorriso.

Ormai la nebbia era impenetrabile ed il treno sembrava correre nel vuoto assoluto. Solo un tenue chiarore illuminava l’esterno. Gli sembrava di viaggiare in uno spazio magico, fuori dal tempo. Guardò l’orologio e vide che si era fermato. Poco male, era meglio vivere completamente quella specie di illusione, senza sapere quando sarebbe finita: solo pace e silenzio. Anche il treno non faceva più rumore. Molte persone salirono e scesero alle fermate successive. E sembravano tutte seguire uno strano ma ormai chiarissimo schema fisico. La testa era sempre più grande, mentre il corpo sembrava quasi diventare trasparente.

Lo sgomento iniziale si trasformò presto in un’accettazione quasi consapevole. Non sapeva perché, ma non riusciva a meravigliarsi più di tanto. Fu preso da grande stanchezza e piombò in un sonno pieno di visioni e di incubi. Quando riaprì gli occhi era estremamente consapevole di tutto ciò che lo stava circondando e non fu assolutamente sorpreso di vedere accanto a sé due figure simili a “spettri”. Si riuscivano perfino a scorgere nitidamente le infinite volute dell’enorme cervello e le vene ed arterie che lo percorrevano. Furono gli ultimi che vide. Poi rimase solo nel silenzio e nella nebbia.

Passò moltissimo o pochissimo tempo prima che sentisse il bisogno di abbassare lo sguardo verso le sue mani. Sapeva già cosa avrebbe visto e non ne fu spaventato. Si alzò e si diresse alla “toilette” per guardarsi allo specchio. Come ormai si aspettava il suo cervello era impressionante ed il corpo completamente trasparente. Lo aveva già intuito da tempo e tutto assumeva una sua logica assurda. L’accelerazione aveva superato enormemente le pur pessimistiche previsioni e le sue estrapolazioni erano risultate esageratamente ottimistiche. Sapeva che non mancava molto alla “sua” stazione e che sarebbe sceso senza valigia. Sapeva anche che la conferenza aveva perso di significato.

Il momento era ormai vicinissimo, lo sentiva, e non si sorprese nemmeno quando vide che la nebbia stava scomparendo piano piano. Ma non c’erano più le colline, né le case e nemmeno i campi coltivati. C’era solo un chiarore diffuso dappertutto. Le sue mani stavano sparendo e così anche il resto del suo corpo. Erano rimasti il treno, o quello che era diventato, ed il suo cervello. Il convoglio si stava fermando. Non si chiese nemmeno perché proprio lui era stato scelto per rappresentare l’ultimo nucleo di forma organizzata. Poi sentì una specie di tremore e cadde nell’incoscienza. L’ultima cosa che sentì, o meglio che pensò di sentire, furono le parole del “capostazione” che dava un annuncio all’unico viaggiatore rimasto. Sicuramente furono solo frutto dell’immaginazione, ma a lui sembrarono un urlo: ”massima entropia raggiunta!!”


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