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La pista nera

Scritto da Vincenzo Zappalà il 21 Settembre 2008 @ 10:01 in Racconti | 3 Commenti

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La pista nera

Luca Bistagni era davvero un poco di buono. Nell’ambiente degli affari era chiamato “il bastardo” per la sua freddezza e per la mancanza assoluta di qualsiasi sentimento di umanità. Sarebbe stato capace di rubare le caramelle ad un bambino se solo avesse avuto un minimo tornaconto. Più di una volta aveva ridotto sul lastrico persone che avevano il solo torto di essere un po’ ingenue, costringendone alcune anche al suicidio. Non era mai stato condannato, in quanto sapeva molto bene giocare sul filo del rasoio ed avere sempre qualche cavillo dalla sua parte. Non aveva ovviamente amici, né si era mai curato di avere una famiglia. Il suo unico interesse era accumulare soldi e soprattutto beffarsi dei suoi simili. Lo faceva quasi con gioia e più li vedeva soffrire e più ne traeva piacere.

Non sapeva nemmeno cosa fare del denaro guadagnato, non avendo interessi se non quello del raggiro e della frode “legale”. Un vero artista nel suo campo e di una malvagità senza limiti. Si era sempre ben guardato dallo schiacciare un cane o un gatto con la sua automobile, ma solo e soltanto per non rischiare di sporcarla. Non certo per pietà. Quella era una parola al di fuori dal suo vocabolario e poco importava se la vittima fosse un povero o un ricco, un bambino o un adulto.

In realtà, al di là della perversione, una piccola passione Luca ce l’aveva: amava moltissimo sciare ed era anche molto bravo, sebbene avesse imparato da solo. Spendeva quindi le sue uniche brevi vacanze in montagna, durante l’inverno. Si alzava molto presto la mattina ed era sempre il primo a recarsi sulle piste cercando la solitudine più completa. Un giorno di gennaio decise di affrontare il tracciato più difficile dell’intero arco alpino, una pista “nera” poco conosciuta, ma di cui aveva letto una recensione eccitante. Lunghissima e con pendenze micidiali era stata sempre il suo sogno, ma non aveva mai avuto il coraggio di rischiare. Quella mattina si decise. Si sentiva particolarmente in forma e pieno di vigore. Aveva appena concluso un affare miliardario raggirando una comunità che aiutava gli orfani, riducendola sul lastrico.

Fu il primo a salire in seggiovia ed il primo a imboccare la terribile discesa che sembrava un imbuto stretto e ripidissimo. La neve era splendida e fece le prime curve con grande maestria, superando agevolmente “muri” da brivido. Il tracciato continuava in un bosco fittissimo e la pendenza sembrava aumentare sempre di più. Affrontò un tratto che sicuramente andava ben oltre il 75%. Non pensava che potessero esistere piste di tale difficoltà, ma comunque non poteva fare altro che continuare e poi era veramente elettrizzato. La pista tendeva a stringersi e dopo una lunga curva ad “S” si trovò di fronte ad un muro praticamente impossibile. La pendenza sfiorava la verticalità. Si fermò e pensò come avrebbero mai fatto le lamine dei suoi sci a fare presa su quella voragine. Sapeva che era classificata come difficilissima, ma una cosa del genere sfiorava l’assurdo. Eppure i segni ai lati del tracciato indicavano chiaramente che non aveva sbagliato strada.

Per la prima volta in vita sua ebbe paura e si augurò che arrivasse qualcuno se non altro per non sentirsi così solo davanti al baratro. Tornare indietro nemmeno a parlarne. Aveva già fatto parecchi chilometri e non aveva visto vie d’uscita. Anzi il bosco sembrava sempre più fitto ed intricato e non sarebbe certo riuscito a farsi strada fra i rami contorti. Alla fine, in preda al terrore, si lanciò nella terribile discesa. Praticamente fu una lunga scivolata, ma le lamine dei suoi sci riuscirono a frenare almeno parzialmente quella specie di salto nel vuoto e si ritrovò in fondo ansimante e tremante ma ancora in piedi e soprattutto sano e salvo.

Ebbe bisogno di qualche minuto per riprendersi. Si sentiva una specie di eroe ed attese con impazienza che i primi sciatori affrontassero quell’incubo. Era sicuro che ben pochi sarebbero passati indenni e sentì il piacere freddo che provava normalmente quando vedeva soffrire gli altri. Ma nessuno apparve. Accidenti si sarebbe perso il gusto di qualche rovinosa caduta magari letale. Pazienza. Ora doveva proseguire. Il paesaggio intorno a lui era veramente spettrale. Gli alberi formavano un muro impenetrabile e la pista ora strettissima si incuneava tra di essi lasciando giusto il passaggio per gli sci. Non c’era lo spazio per curvare ed era costretto a proseguire a sci uniti, prendendo una grande velocità. Si augurò che non ci fossero più muri come quello precedente.

Le difficoltà erano un po’ scemate e cominciò a pensare a quanto lunga fosse quella terribile pista. Aveva iniziato circa 30 minuti prima e malgrado i rallentamenti e le piccole fermate sembrava un tempo enorme. Che dislivello poteva mai avere. Eppure i segnali continuavano ad indicare la giusta direzione.

Superò altri muri molto difficili, altre curve ed altre strettoie, ma della fine nemmeno l’ombra. Che assurdità era mai questa? Non poteva esistere una pista così lunga. Poi gli si parò di fronte un muro quasi simile all’incubo precedente, anzi forse perfino più ripido. Alla fine di esso però intravide la partenza della seggiovia. Finalmente! Ancora uno sforzo e poi l’avventura sarebbe finita. Si buttò nel vuoto con grande paura ma anche con la speranza di poter dire da lì a poco di essere riuscito in un’impresa epica. Ce la fece anche se con alcuni momenti di panico puro. Riuscì a rallentare e sentì salirgli il grande piacere della conquista.

Assaporò il momento in cui avrebbe ripreso la seggiovia e attese lo sguardo di stupore ed ammirazione che avrebbe avuto il manovratore di fronte alla sua bravura. Si rimise in sesto e scolpì sul suo volto il solito ghigno freddo ed altezzoso. Nel momento in cui varcò l’ingresso della seggiovia guardò per l’ultima volta con orgoglio il cartello nero che l’aveva accompagnato lungo il percorso appena compiuto: “PISTA DEL DIAVOLO, SOLO PER SCIATORI PIU’ CHE MERITEVOLI”.

Proprio davanti a lui il manovratore stava ridendo a crepapelle arrotolando la lunga coda e dondolando la testa coronata da due acuminate corna. Il tridente lo spinse all’interno. Era proprio vero: solo chi se lo meritava veramente riusciva a terminare quella terribile discesa.


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