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L’emozione non ha voce

Scritto da Vincenzo Zappalà il 4 Ottobre 2008 @ 12:43 in Racconti | 7 Commenti

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Tom era un bel ragazzone di 14 anni. Spalle larghe, gambe robuste, due mani che sembravano quelle di suo padre, capelli neri e ricci. Ma gli occhi erano sempre persi nel vuoto. I medici erano stati chiari fin dall’inizio con i signori Norton: il loro unico figlio aveva un grave ritardo mentale. Non vi erano speranze, al limite si poteva renderlo autosufficiente e capace di semplici ed infantili ragionamenti. Niente di più.

Il colpo fu durissimo, ma la famiglia reagì nel modo migliore. Cercò sempre di trattarlo come un bambino normale, lo mandò nella migliore scuola, specializzata in casi del genere, malgrado dovesse fare i salti mortali per pagare la salatissima retta mensile. A tavola lo lasciavano fare. Se spesso si sporcava o gli cadeva il cibo per terra, facevano finta di niente, anzi talvolta il signor Norton fingeva anch’egli di sporcarsi maldestramente e, con le sue smorfie, riusciva anche a fare brevemente sorridere il suo Tom.

Era un bambino di una dolcezza infinita e riusciva a giocare con niente: un bastoncino lo teneva occupato per ore e ore; un tappo ed un bicchiere d’acqua lo appassionavano e gli facevano perfino brillare quegli occhi così normalmente spenti. Ma i veri problemi nascevano con i contatti esterni. Quando la mamma lo accompagnava ai giardini per prendere un po’ d’aria fresca, gli altri bambini già abbastanza grandicelli lo evitavano, oppure, ancor peggio, lo prendevano in giro, costringendolo a volte a fare azioni ridicole e umilianti. Anche se sembrava che niente lo potesse urtare, Tom nel suo intimo ed in maniera forse inconscia doveva sicuramente soffrire. Lui non lo faceva trasparire e guardava gli altri con lo stesso sguardo spento ed ebete di sempre. Ma la mamma era convinta che lo ferissero duramente e ne soffriva moltissimo.

Andava un po’ meglio con i bambini decisamente più piccoli di lui, che lo accettavano facilmente non sapendo ancora decifrare compiutamente il suo ritardo mentale. Purtroppo, in quei casi, erano le madri che intervenivano per allontanare i propri figli da quello che consideravano un pericolo latente. Un ragazzo così grande e robusto, completamente idiota, poteva passare alle maniere forti e far del male ai loro piccoli indifesi. Le uscite ai giardini divennero perciò sempre più rare e Tom passava ormai la maggior parte del suo tempo a casa. Gli avevano anche comprato un cagnolino tutto pelo che non lo mollava un attimo. Il ragazzo gli si era affezionato profondamente e lo trattava con tutti i riguardi. In realtà il povero Tom non era capace di far male ad una mosca e sapeva benissimo dosare la sua notevole forza. Ma era un “diverso” ed il suo destino segnato senza alcuna speranza.

Qualche volta lo mandavano a scuola da solo, seguendolo a distanza, e lui ne era contento e spaventato al tempo stesso. Ma serviva sicuramente, dicevano i medici, ed i Norton avevano accettato quell’angoscia supplementare con rassegnazione. Che tristezza quando lo vedevano fermarsi a guardare i ragazzi giocare. Una volta era stato attratto da una partita di basket giocata nel campetto a fianco della chiesa. I giovani giocatori si erano accorti della sua presenza e con la cattiveria tipica di quell’età lo avevano invitato a tirare il pallone a canestro. Tom aveva già faticato a tenerlo in mano e poi lo aveva lanciato ad una velocità impressionante verso il muro di fronte, ben lontano dalla meta. Quante risate. Anche lui aveva cercato di ridere, ma non ci riusciva molto bene ed aveva proseguito a capo chino verso la scuola.

I mesi passavano in quel monotono e triste piccolo universo di rassegnazione. Fu il signor Norton ad accorgersene per primo o, quantomeno a sollevare il dubbio parlandone con la moglie: “non ti pare che stia mangiando con maggiore scioltezza? E’ tanto che non si sporca più e sembra che riesca perfino ad avvolgere gli spaghetti con la forchetta”. La moglie minimizzò la situazione: “no, caro, non me ne sono accorta …”. In cuor suo sapeva però che era vero, solo che aveva paura di esprimere anche a se stessa quella flebile speranza. Poi un pomeriggio, tornando dal lavoro il papà lo vide davanti al suo computer. Era difficile che toccando a casaccio i tasti si potesse fare un grande danno, ma il rischio esisteva. Dicevano che, a furia di provare, anche una scimmia era in grado di dipingere casualmente qualcosa di sensato. Poteva quindi anche succedere che suo figlio gli cancellasse i file che contenevano il suo lavoro di anni. Cercò di allontanarlo con una scusa, ma intanto si accorse che sullo schermo vi era un gioco di abilità manuale e che il punteggio acquisito era abbastanza alto. Un caso, un puro caso, si disse. Ma il suo cuore batteva all’impazzata.

Non ne parlò più con la moglie, pur sapendo che entrambi facevano finta di niente, ma stavano vivendo un’ansia terrificante. Poi un giorno lo videro leggere un giornale a fumetti. Si, a scuola era capace di leggere frasi corte e semplicissime. Ma adesso stava leggendo con molta concentrazione e, soprattutto, stava ridendo. E subito gli guardarono gli occhi (era tanto che cercavano di evitarli per paura di perdere quel sottile filo di speranza). No, non c’erano dubbi. Erano cambiati, erano svegli e brillanti.

Poi tutto capitò in fretta. Tom iniziò a parlare con parole sempre più forbite. Cominciò a raccontare quello che succedeva a scuola e dei progressi che faceva. Proprio due giorni dopo la preside dell’Istituto chiamò i Signori Norton per un colloquio urgente. Fecero andare avanti Tom da solo e lo seguirono a distanza. Si fermò di nuovo a guardare i soliti ragazzi che giocavano a pallacanestro. Come sempre, iniziarono a prenderlo in giro e gli offrirono il pallone. Il ragazzo “ritardato” lo raccolse con mano ferma e fece un canestro perfetto da grande distanza. Ci fu un momento di silenzio, con le risate già iniziate che si spensero improvvisamente. Poi qualcuno disse: “prova di nuovo, campione!”. E lui rifece canestro e poi ancora, ed ancora. Uno addirittura a spalle voltate. Sorrise e proseguì verso scuola fischiettando, cosa che non sapeva assolutamente fare.

La preside era eccitata ed un po’ sconvolta. I progressi di Tom erano stati inaspettati ed incredibili. Non solo faceva tutti i suoi compiti, ma aiutava anche gli altri. Avevano fatto anche dei “test” specifici ed il suo quoziente intellettivo era diventato come quello di un normale ragazzo della sua età. Inspiegabile, ma magnifico!

In breve Tom superò di molto il livello medio e non ebbe problemi ad andare in una scuola normale ed a stupire gli insegnanti. Amava soprattutto il calcolo differenziale, ma anche la letteratura latina e la storia della filosofia antica. Ormai studiava e leggeva. E scriveva anche con una scioltezza invidiabile. Fu portato in ospedale dai migliori specialisti: dissero molte frasi complicate, paroloni incomprensibili, ma si capiva perfettamente che brancolavano nel buio. I signori Norton non se ne curarono più di tanto. Quello che importava è che il loro Tom era guarito. E sarebbe potuto andare anche all’università, trovarsi un lavoro, una moglie, vivere una vita felice. Il resto erano solo parole. Anche se non praticanti, si trovarono a ringraziare il Signore.

In piena notte arrivò la chiamata che Zynklon aspettava da tempo. Aveva pensato continuamente a cosa avrebbe dovuto rispondere. Fu perciò molto chiaro e risoluto nella sua breve e telegrafica relazione: “intervenuti gravi ed inaspettati problemi irrisolvibili. Missione perlustrativa per eventuale futura invasione fallita. Impossibilitato a rientrare. Consideratemi disperso per sempre. Gloria ad Altair IV”. La risposta fu un accorato messaggio di cordoglio e di incitamento. Lo rassicurarono che sarebbe stato considerato un eroe per l’eternità. Zynklon tirò un sospiro di sollievo, tutto sembrava essere andato perfettamente. Non ci sarebbero stati più contatti. Con grande delicatezza entrò nell’orecchio di Tom e riprese il suo ormai abituale posto sopra il cervelletto. Che emozione: il ragazzo aveva scoperto l’intelligenza, e lui la bontà.


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