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La vittoria dell’ecologia

Scritto da Vincenzo Zappalà il 11 Ottobre 2008 @ 17:53 in Racconti | 39 Commenti

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La vittoria dell’ecologia

Dopo tanti anni di alti e bassi, finalmente gli animali in via di estinzione ebbero la giusta e doverosa attenzione. Non più soltanto sporadiche battaglie e proteste, ma vere e proprie campagne capillari che, guidate dalle istituzioni ecologiste riunitesi sotto un unico ente, costrinsero i governi di ogni parte del globo a passare all’azione. L’unificazione delle innumerevoli fondazioni ambientaliste fu la mossa vincente. Una cosa è infatti lavorare in gruppuscoli spesso in lite tra loro, ed un’altra è creare una struttura potente, veramente internazionale, sostenuta da fondamentali appoggi politici. E soprattutto con idee ben chiare, semplici e comprensibili da tutti.

I primi grandi successi si ebbero con i cetacei. Le poche centinaia di balenottere azzurre si moltiplicarono in fretta e nel giro di pochi decenni furono di nuovo viste “soffiare” in tutti i mari del mondo. Stessa fortunata sorte ebbero i capodogli, i narvali, i globicefali, le belughe, via via fino ai ben più conosciuti delfini. La caccia fu immediatamente sospesa introducendo sanzioni durissime verso i paesi che non si fossero adeguati. La Norvegia ne fece per prima le spese e la sua economia subì un terribile tracollo dopo il rifiuto a sospendere le campagne di massacro. Le ritorsioni di tutte le altre nazioni la costrinsero ad un duro lavoro di lenta ripresa che lasciò un segno ed un monito chiarissimo anche a chi era ancora indeciso.

Poi fu la volta dei cuccioli di foca ed il Canada non si fece pregare molto a sospendere le mattanze. In ogni abitazione di quell’enorme nazione c’era ormai in bella evidenza almeno una foto di quel tenerissimo batuffolo bianco che tanta tenerezza e compassione aveva sollevato per anni e anni. Ora finalmente si poteva vedere giocare libero e spensierato nei pressi della sua mamma.

Poco alla volta, ma inesorabilmente, l’umanità intera entrò in sintonia con questa visione etica e con questa encomiabile crociata ecologica. Ogni persona si impegnava ormai personalmente nella battaglia che sentiva profondamente sua, e ne traeva soddisfazioni fino ad allora impensabili. Il leone asiatico tornò a vivere libero e tranquillo nel delta del Gange. I panda ebbero nuovamente a disposizione enormi foreste di bambù ed i loro cuccioli si potevano veder giocare dappertutto, anche nei giardini di piccoli e sperduti villaggi. Nelle isole Mauritius, attraverso un attento e sofisticato recupero del DNA conservato in alcuni fossili, si fecero rivivere i Dodo, i grandi uccelli ormai scomparsi da secoli. Le stesse attenzioni furono riservate ai marsupiali australiani, ai rinoceronti indonesiani, ai tapiri del Brasile, alle antilopi dei deserti nordafricani. La televisione spendeva ore ed ore dei suoi palinsesti a descrivere le conquiste ottenute ed a presentare le caratteristiche e le abitudini dei più strani animali recuperati per la gioia di tutti. L’orso bruno e la lince scorazzavano ormai tranquillamente nei boschi delle Alpi, mentre i branchi di lupi riprendevano il predominio nelle campagne e nelle pianure. Sopra di loro volteggiavano liberamente le aquile e gli avvoltoi.

Gli ecologisti avevano vinto. Che bello vedere di nuovo galoppare nelle praterie degli Stati Uniti quelle mandrie di centinaia e centinaia di bisonti. Moltissimi portavano le nuove magliette in cui vi era rappresentato in modo sarcastico e deformato il volto dell’odiato Buffalo Bill, a cui erano state aggiunte un paio di enormi corna ricurve. La gru del Giappone trovò migliaia di comignoli predisposti per accogliere il suo nido. Era difficile sorvolare a bassa quota la distesa artica e non vedere un iceberg con una simpatica famigliola di orsi polari sdraiata al Sole. Nell’intricata foresta amazzonica i variopinti uccelli creavano macchie di colore osservabili anche a grandi altezze e sotto quella massa infinita di foglie, rami e liane, le anaconde gigantesche entravano negli stagni e ne uscivano trascinandosi i più di dieci metri di spire del loro gigantesco corpo.

I turisti che attraversavano in jeep le savane del Kenia avevano grossi problemi a muoversi lungo le piste sterrate, invase da centinaia e centinaia di branchi di gnu, gazzelle, okapi, zebre, giraffe, guardati a distanza da gruppi di felini in attesa del loro turno di caccia. Le autostrade europee nascondevano sotto di loro un intrico di gallerie e di passaggi che permettevano ai rospi, ai colubri, ai ricci, ai roditori, alle volpi, di attraversare tranquillamente quelle che una volta erano la causa primaria del loro massacro.

Ma ancora molto c’era da fare. Era stata appena stanziata dall’ONU un’enorme somma per una spedizione di salvataggio della vipera della sabbia del Sudan. I fondi così elevati erano estremamente necessari per una campagna veramente difficile e delicata. La siccità prolungata e l’inquinamento erano i pericolo maggiori per la sopravvivenza della preziosa specie. Ci volevano giorni e giorni di appostamento per localizzare le tane nascoste nelle infuocate dune del deserto. Le oasi dove rifugiarsi per ripararsi dagli impetuosi raggi solari erano pochissime e le riserve d’acqua estremamente limitate. Dovevano venire presidiate anche con l’aiuto delle forze militari.

Purtroppo, in quelle condizioni climatiche e logistiche spaventose già di per sé, i milioni di esuli, scappati dal regime assassino del governo locale creavano un disturbo quasi insostenibile. Il loro roco, ma continuo mormorio disturbava enormemente i movimenti della povera serpe quasi estinta. Soprattutto era molto fastidioso il debole e disperato pianto di tutte quelle migliaia di bambini che continuavano a morire di fame e di sete.


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