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Questione di grandezza

Scritto da Vincenzo Zappalà il 6 Giugno 2009 @ 10:15 in Racconti | 15 Commenti

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I migliori racconti raccolti in un libro: [1] Racconti di normale assurdità


Giulio e Mario erano tra i massimi pensatori del loro secolo. Avevano però due visioni decisamente differenti dell’Universo e dei processi che lo caratterizzavano. Entrambi conoscevano benissimo le teorie più recenti ed avevano completa fiducia nei dati e nelle evidenze che la tecnologia astronomica continuava a fornire a ritmo incalzante. Non era quello il problema che li diversificava. Il vero scontro avveniva sulle modalità che il Cosmo aveva seguito e seguiva nella sua evoluzione. Giulio era convinto che non ci fosse alcuna regola base a parte le poche leggi fondamentali. Una specie di libro con le pagine vuote, in cui di volta in volta la natura disegnava nuove creazioni, dando fondo a tutta la sua fantasia. Era sì costretta entro certo limiti prefissati, ma poi aveva carta bianca nel realizzare i suoi capricci. Mario invece credeva fortemente che l’Universo fosse molto ripetitivo ed addirittura monotono. Tutto ciò che faceva non era altro che una replica continua di un modello praticamente unico, in cui l’invenzione era ridotta ai minimi termini. Al limite variavano le dimensioni. Fantasia contro ripetitività, questa era la loro contrapposta visione del tutto. Per due menti come le loro era facile trovare esempi lampanti che ciascuno pensava gli dessero completa ragione.

Giulio vedeva in ogni [2] galassia, in ogni stella, strutture sempre diverse, dominate proprio dalle piccole differenze che le diversificavano le une dalle altre. Ogni oggetto celeste aveva una sua personale fisionomia. Per lui esisteva una sola stella Sole, le altre sembravano solo uguali alla nostra, ma avevano discrepanze sostanziali. Nessuna esplosione stellare portava alla stesso risultato. Bastava guardare le fantasmagoriche forme delle nebulose planetarie. Tanti fiocchi di neve e mai nessuno identico all’altro. La Natura non si ripeteva mai, era un continuo vortice di fantasia illimitata.

Mario sorrideva delle idee di Giulio. Era vero proprio il contrario: lo schema naturale era sempre lo stesso, dall’enormemente piccolo all’enormemente grande. Dall’atomo all’Universo nel suo insieme. Una specie di enorme “frattale” che non faceva che ripetere la sua monotona forma di base. Si, proprio un fiocco di neve, che si costruiva utilizzando fino all’infinito la stessa semplice struttura elementare.

Parlavano molto tra loro, si stimavano, erano anche amici, ma nessuno si muoveva di un millimetro dalle proprie convinzioni. Il trentaduesimo secolo gli permetteva però di passare all’azione, di andare a vedere con i propri occhi qualcosa che forse avrebbe fatto pendere la bilancia verso uno o verso l’altro in modo risolutivo. Scelsero la forma più complessa esistente nel Cosmo: la vita. Per Giulio avrebbero trovato nell’Universo forme mai uguali tra loro, del tutto diverse, anche se magari basate sulla stessa sintesi del carbonio. Per Mario avrebbero invece trovato esattamente quello che esisteva sulla Terra, solo con una variazione delle dimensioni, niente di più. La teoria di Mario era ben quantificabile, proprio perché si basava sulla ripetizione. Se si andava su stelle meno grandi del Sole, si sarebbero trovati pianeti abitabili più piccoli e forme viventi come le nostre, ma in miniatura. Se si andava sulle giganti e super giganti avrebbero visto esseri viventi sempre più grandi, enormi, ma perfettamente uguali a quelli che ben conoscevano. Giulio non riusciva a trattenersi dalle risate. Che limitatezza di pensiero! Che misera fantasia aveva Mario! Era assolutamente vero il contrario. Avrebbero trovato forme biologiche assurde, mostri orrendi per i nostri occhi, strutture viventi del tutto impensabili per la nostra mente. Ne era sicuro.

Sarebbero stati comunque i primi a verificare queste ipotesi perché ormai si sapeva benissimo che nella nostra [2] galassia non esistevano altre forme di vita intelligente e nessun governo aveva mai pensato di sprecare somme gigantesche per andare a vedere qualche albero viola o qualche scoiattolo a dodici zampe. Ma i due pensatori, famosissimi e ricchissimi, potevano fare quello che volevano dei loro soldi. E così fecero. Avrebbero raggiunto una serie di stelle con dimensioni via via crescenti e studiato a fondo le forme di vita che popolavano i rispettivi pianeti. Giulio, aspettandosi mostri spaventosi e creature irrazionali, propose di munirsi delle armi più sofisticate per tenere a freno la probabile violenza. Un’avventura colma di tensione, spavento, meraviglia e sgomento. Mario, invece, si attendeva un viaggio monotono e prevedibile, dove tutto avrebbe solo cambiato dimensioni. Niente di più.

Il perdente avrebbe dovuto accettare pubblicamente le idee dell’altro, davanti all’elite scientifica e filosofica mondiale.

Iniziarono il loro viaggio a bordo di un’astronave extralusso affittata ad un prezzo esorbitante. Andarono verso una [4] nana rossa, non molte volte più grande di Giove, una sciocchezza che arrivava appena ad essere un decimo del nostro Sole. Come misero piede sull’unico piccolo pianeta che era compreso nella limitatissima zona abitabile, Mario emise un grido di gioia. Sembrava di essere in un giardino giapponese. Videro alberi nodosi e vetusti che arrivavano appena ai 3-4 centimetri d’altezza. Comparve un animale molto simile agli elefanti che fu misurato prontamente dai due grandi pensatori: 1,23 cm. Dopo una mezza giornata di ricerche attente e scrupolose anche Giulio dovette ammettere che quell’essere era un vero “gigante” per la fauna locale, decisamente molto più minuta. Mario propose di tornare a casa, pregustando già la resa incondizionata di Giulio. Ma questi non era assolutamente della stessa idea: “può essere stato solo e soltanto un caso fortuito. Ci vuole ben altro per avere la prova della tua stupida teoria! Andiamo su qualcosa di più grande e poi ne discutiamo!” Mario accettò, convinto comunque di avere ormai la vittoria in tasca.

Decisero di andare per gradi e misero la prua verso Eltanin, la stella gamma del Draco, circa 50 volte più grande del Sole. Scorsero subito quell’enorme pianeta verdeggiante e dai grandissimi oceani turchesi. Sembrava un paradiso terrestre. L’astronave scese a terra, ma non proprio come si poteva pensare. Si fermò, questo è certo, ma ad un’altezza di qualche centinaio di metri dal suolo, su un’enorme superficie verde piena di rughe e dalla trama geometrica quasi surreale. Ci volle tempo per capire … erano su una foglia di un albero nemmeno troppo grande rispetto a quelli che lo circondavano. Le dimensioni delle piante erano veramente esagerate, ben superiori a quanto si potesse prevedere dal semplice rapporto Eltanin-Sole. Era tutto ben più gigantesco delle misere “50 volte il Sole”. Sicuramente quell’albero era almeno 200 volte più grande di uno terrestre, se non di più. Mentre Mario pensava a tutto ciò e Giulio era ancora a bocca aperta, sentirono una specie di tramestio. Qualche ramo più in giù (parecchie decine di metri) stava salendo una formica. Si, era “solo” una formica … ma le sue mandibole in continuo movimento erano una visione poco rassicurante. Non aspettarono certo che quella bestia delle dimensione di un cane di mezza taglia salisse fino a loro. Riaccesero i motori e partirono verso una nuova direzione. Nessuno dei due commentò quell’esperienza … preferirono tacere, anche se Mario aveva ben d’onde di sentirsi appagato. Scesero a qualche chilometro di distanza in mezzo ad una foresta impenetrabile, formata da acute ed altissime lame verdi protese verso il cielo. Si piegavano facilmente sotto il peso dell’astronave e i due pensatori capirono che erano fili d’erba, volgarissima e comunissima erba. Ma il vero problema era il caos che regnava lì in mezzo. Un insieme spaventoso e rumoroso di creature che sembravano uscite da un dipinto di Bruegel il Vecchio. Anch’esse erano semplicissimi e normalissimi insetti, ma le dimensioni mettevano raccapriccio. Poi spuntò un ragno con le lunghe zampe pelose che superavano senz’altro il metro di lunghezza. Benché al sicuro dentro l’astronave Mario e Giulio sentirono il sudore freddo corrergli giù per la schiena. All’apparire della mamma di quel “cucciolo” ed alla visione di una coloratissima farfalla che copriva il cielo come una nuvola temporalesca, l’astronave ripartì senza che i due occupanti scambiassero una sola parola. Solo a parecchie centinaia di chilometri dal suolo, Mario aprì bocca e disse con voce ancora un po’ tremante: “e allora? Avevo ragione oppure no?” Anche Giulio aveva ripreso colore in volto e riuscì ad esclamare con apparente calma e freddezza: “tu mi insegni che due casi non fanno la regola. Ci vuole ben altro per convincermi. Hai vinto una semplice battaglia, ma non ancora la guerra”.

Ormai tranquillizzati, i due astronauti decisero di fare un salto macroscopico. La loro meta era adesso Deneb (più di 200 volte maggiore del Sole) ed il suo sistema planetario estremamente complesso. Vi erano almeno tre pianeti ricchi di vita di ogni genere e scelsero il più lontano dalla super gigante bianca che splendeva come un fantastico diamante. Scesero tranquillamente sopra una superficie relativamente regolare dalla consistenza ruvida. Tutto sembrava tranquillo in quel luogo. A parte la specie di montagnola colorata su cui erano atterrati e che si estendeva come un lungo cordone per qualche chilometro, il resto sembrava solo un ammasso di rocce informi che si perdevano all’infinito. Non vedevano fauna nei loro pressi, solo vaghe forme che scappavano velocemente volando con delle ali dalla consistenza eterea. Giulio divenne loquace: “beh, allora? Mi sembra che qui le cose siano ben diverse”. Vita c’è di sicuro, anche se poca, ma niente che assomigli alla nostra e che abbia dimensioni particolarmente spaventose”. Mario non rispose subito, sembrava pensieroso. Iniziò a parlare a bassa voce: “non senti vibrare tutto?”, poi urlò: “c’è un terremoto!!” Era vero. La terra tremava, ma lo faceva con un ritmo cadenzato e costante. E sembrava che la superficie si muovesse come fosse composta da enormi lastre tutte uguali tra loro. A guardarle meglio il loro colore e la loro trama non sembravano paragonabili a quelli di una pietra per quanto regolare potesse essere. Alcune salivano altre scendevano. Poi si spostavano di lato. Un terremoto troppo perfetto. Ad un tratto Giulio, con gli occhi spalancati, indicò davanti a lui. Qualche chilometro più in là, una mostruosa testa triangolare, alla cima di un cilindro possente e robusto, si ergeva imponente fino ad un’altezza di parecchie centinaia di metri. Si mosse velocemente da un lato e dall’altro ed infine si voltò indietro e Mario e Giulio ne videro gli enormi occhi freddi e maligni, mentre una lingua biforcuta di dimensioni impressionanti usciva a scatti come una fiammata che squarciava l’aria. Udirono anche un sibilo raccapricciante. Li aveva visti? Non ci volle molto a capire che si trovavano sul dorso di quello che aveva tutte le apparenze di un serpente. Le strane rocce piatte altro non erano che le scaglie. Ebbero tempo di voltarsi e vedere un’immensa coda che si protendeva in alto facendo scuotere un bellissimo grappolo di sonagli. Impossibile a crederci: un crotalo lungo chilometri e chilometri. A quel punto capirono che si stava muovendo sulla sabbia di una “piccola” zona desertica, a caccia di qualcosa. Non sarebbero però stati loro la sua preda!

Superarono tutti i record mondiali di avvio di un’astronave a motori iperionici ad alta intensità neutronica. Nel giro di tre o quattro affannose respirazioni uscirono dall’atmosfera di quel mondo alieno. Gli ci volle parecchio per parlare … Fu Giulio il primo: “si, forse hai ragione … però, se fossi veramente sportivo, mi dovresti concedere almeno un altro tentativo.” Mario non era troppo convinto di proseguire, non tanto perché ormai sicuro di avere stravinto, ma per il terrore puro che lo stava invadendo. Alla fine Giulio riuscì a convincerlo, decidendo però assieme di non uscire dall’astronave e di mantenere i motori accesi. Solo un tentativo ancora a disposizione di Giulio per ribaltare una situazione che era ormai chiaramente a suo sfavore.

A quel punto valeva la pena di andare veramente su qualcosa di grande: VY Canis Majoris, duemila volte più grande del Sole. Pur se variabile, a grande distanza dal suo cuore pulsante, la spaventosa ipergigante rossa possedeva un pianeta ricchissimo di vita. Scesero con grande attenzione e passarono attraverso filamenti intricati che sembravano lanugine. Toccarono il suolo, ma non ne erano poi tanto sicuri. Niente assomigliava al loro mondo. Le forme più strane dominavano il territorio: niente alberi, cespugli, farfalle, insetti e (meno male) serpenti. Insomma un mondo veramente alieno, ma brulicante di vita. Non avevano occhi, zampe o teste. Erano masse informi, colorate, dalle strutture più strane ed assurde. Altro che i folletti di Mirò. Non c’era niente di sensato in loro. Alcune ricordavano filamenti contorti, altre sembravano figure geometriche cubiste, altre ancora pulsavano come fossero piccoli cuori. Forse Giulio alla fin fine aveva proprio ragione ed infatti il suo viso esprimeva già l’agognata vittoria. Presto però il sorriso si trasformò in una smorfia e quindi in terrore puro. Balbettò qualcosa che Mario non riuscì a capire, ma fu comunque rapidissimo a ripartire senza chiedere nemmeno aiuto al collega. Mentre si alzavano velocemente, una forma mostruosa, enorme, spaventosa, stava invadendo lo schermo dell’astronave. Appena in tempo!

Dopo qualche minuto di orrore indescrivibile, si rilassarono un poco e non ebbero assolutamente dubbi a dirigere la loro nave spaziale verso la Terra. Giulio parlò per primo: “da giovane ho studiato un po’ di biologia ed ho guardato a lungo nel microscopio elettronico. Ebbene, ti posso assicurare senza ombra di dubbio, che eravamo capitati nel bel mezzo di un’invasione di peste bubbonica. Ho riconosciuto perfettamente il virus! Ed il mostro finale altro non era che un banalissimo globulo bianco che cercava di contrattaccare. Forse siamo scesi sul pelo di qualche animale … Meglio comunque non averlo visto nemmeno da lontano. Caro Mario, hai vinto tu, lo ammetto, e sarò a tua disposizione per annunciare pubblicamente la mia sconfitta.” Mario rispose con il fiato ancora corto: “ho vinto io? Non scherzare! Forse teoricamente si, ma mostri come quelli che ho visto in questo viaggio non li potevo immaginare nemmeno leggendo i peggiori romanzi di fantascienza. No, caro Giulio, quando tornerò sulla Terra e mi parleranno di alieni con dodici teste e sette file di denti, mi farò una grossa risata. E gli scaglierò contro un’ implacabile formica di Deneb o un bel batterio di medie dimensioni di VY Canis Majoris. No, non ho vinto assolutamente”.

Si abbracciarono con grande trasporto e nessuno parlo più di alieni, di scommesse e di altre sciocchezze del genere.


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