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La favola delle cinque punte

Scritto da Vincenzo Zappalà il 20 Giugno 2009 @ 07:10 in Racconti | 28 Commenti

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I migliori racconti raccolti in un libro: [1] Racconti di normale assurdità


Tanto tempo fa, quando ancora nessuno era capace di misurarlo, esso -il tempo- scorreva a suo piacimento. Non esisteva passato, presente, futuro. Ogni cosa faceva quello che voleva o sentiva, non vi erano leggi o regole da seguire. L’Universo si divertiva veramente e non aveva obblighi. Fu allora che nacque Puntina. Era una stella, su questo non vi erano dubbi, ma invece di essere rotonda come quasi tutte le altre compagne aveva cinque punte acuminate come rasoi. Nessuna ci fece caso, non esistevano vincoli di forma, dimensione, temperatura. Tutte erano diverse ed uguali tra loro. Erano libere e felici. Nacquero anche le stelle nere che non volevano farsi vedere e quelle che invece esplodevano per mettersi in mostra, ma nessuna si considerava più o meno importante delle altre. Molte si riunirono in gruppi, altre si sposarono, altre ancora ebbero tanti figli, qualcuna preferì rimanere da sola a pensare ed ammirare quello che aveva attorno. Puntina era una di queste. Regnava solo l’amicizia, l’amore e la felicità.

Poi nacque l’uomo e volle capire cos’erano. Ci volle molto tempo, ma alla fine ci riuscì od almeno credette di esserci riuscito. Ed allora cercò di renderle tutte uguali o quanto meno di descrivere la loro irrefrenabile fantasia con una legge ripetitiva e prevedibile. Decise anche che cosa era il tempo e cominciò a misurarlo in modo sempre più preciso. Quando non comprendeva qualcosa inventava storie assurde per farsene una ragione. Era veramente troppo sicuro di sé ed era convinto che tutto girasse intorno a lui. Le stelle cercarono di ribellarsi, di dimostrargli che erano libere di fare ciò che volevano. Ma lentamente le catene imposte dall’uomo riuscirono a condizionare ed a limitare i loro scoppi di gioia e di allegria. Potevano sbizzarrirsi solo quando nessuno le vedeva, giocare con il tempo e lo spazio, come facevano una volta. Dovevano però essere pronte a tornare dentro i binari delle regole imposte da quel piccolo essere vivente quando le osservava con i suoi telescopi. Ed i telescopi erano sempre di più e sempre più potenti. Le stelle non riuscivano più ad essere sé stesse nemmeno nella loro intimità e smisero di divertirsi. Nacquero perfino le prime gelosie e le prime invidie.

In quell’Universo che stava cambiando e stava diventando sempre più freddo e serio, Puntina non riusciva a trovarsi a suo agio. Lei era nata così e così voleva rimanere, con le sue cinque punte che pungevano e stuzzicavano lo spazio vuoto attorno a lei. All’inizio le compagne cercarono di aiutarla in questa sua voglia di libertà. Finsero di essere tutte come lei, mettendosi a tremolare. Per molto tempo l’uomo fu ingannato e le stelle si divertirono a prenderlo in giro, ridendo di lui. Infine, un triste giorno, quella piccola cosa con quel piccolo cervello capì l’imbroglio. Prima spiegò a modo suo il fenomeno e poi addirittura costruì strumenti che potevano correggerlo. Ovviamente, come tutte le altre cose che inventava, anche questa serviva solo a farlo sentire sempre più importante, ma le stelle erano ormai diventate infelici ed avevano perso la loro illimitata fantasia. E lasciarono Puntina da sola, in balia di sé stessa e della sua diversità.

La stellina però non voleva accettare di essere quello che non era e non fece assolutamente niente per cambiare il suo aspetto. Continuò a mostrare senza paura e senza vergogna le sue lucide e smaglianti cinque punte. Sapeva che l’uomo non voleva crederci e che stava inventandosi qualche legge fisica per annullare la sua gioiosa stranezza. Alla fine ci riuscì e scrisse pagine e pagine di formule complicate ed insulse. Puntina capiva che erano spiegazioni assurde e false, ma non poteva far niente per distruggerle. Era rimasta sola nell’Universo, un Universo monotono e silenzioso, che non si ribellava più e che lasciava fare a quel piccolo essere che abitava un minuscolo pianeta bianco ed azzurro. Puntina si ricordava spesso dei bei tempi, quando non c’era il tempo e non c’era bisogno di spiegare niente a nessuno, e scoppiava in pianto. Le lacrime la facevano brillare ancora di più. Molte volte sperò che tutto finisse, ma mai desiderò di diventare uguale alle altre. La sua libertà e la sua diversità erano più importanti di qualsiasi cosa. Nemmeno si curò più di tanto di guardare da vicino come cresceva quella razza che aveva fatto del suo cervello il centro dell’Universo. Avessero saputo che misera cosa esso era di fronte alle meraviglie che avevano illuminato la sua giovinezza, forse avrebbero capito di essere un granello di polvere in un deserto di sabbia. Ma ormai era troppo tardi: la fantasia era sparita, cancellata, distrutta.

Una notte in cui sentiva particolarmente la solitudine e le lacrime le scendevano copiose lungo le cinque punte, si accorse che stava disturbando le compagne più vicine. Molte brontolarono contro quel liquido che gocciolava sulla loro superficie rovente. Com’era lontano il tempo della gioia e della comprensione … Si rassegnò e cerco di asciugarsi come meglio poteva. Il suo sguardo, o -meglio- quello che lei usava per guardare lontano, cadde sulla Terra e Puntina ebbe un sussulto mai più sentito da milioni di quegli anni che l’uomo aveva inventato. Si vide disegnata ovunque su piccoli quaderni a quadretti o su fogli pieni di linee insicure ed ingenue. Accidenti! Vi erano ancora moltissimi esseri che credevano in lei, che la amavano e la ritraevano. Erano più piccoli degli altri, ma poco importava. Tornò indietro coi ricordi e ritrovò improvvisamente la fantasia, la gioia, la libertà della sua giovinezza. No, non tutto era perduto! Quella notte risplendette di una luce intensissima e non gli importo niente delle lacrime che colavano sulle compagne serie, compunte ed irritate. Erano lacrime di felicità e la felicità non si può fermare.

Il piccolo Paolo stava disegnandola sul suo foglio e non riusciva a trovare un giallo così intenso. Lo disse ai genitori che istintivamente alzarono gli occhi al cielo e sentirono un brivido mai provato prima. Paolo se ne accorse e sorrise, pensando: “ogni tanto anche i grandi riescono a capire …”


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