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La sonda Galileo - parte 1
Scritto da Pierluigi Panunzi il 5 Ottobre 2009 @ 13:27 in Sonde Spaziali | 12 Commenti
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Autunno 1989: la sonda Voyager II, [1] come visto qualche tempo fa, aveva appena avuto il massimo avvicinamento con la sua ultima meta del Sistema Solare, il pianeta Nettuno ed il suo mini-sistema, del quale stava inviando stupende foto, laggiù, dalle profondità del Sistema Solare. Invece qui sulla Terra erano da poco passati tre anni dal giorno funesto in cui lo Shuttle Challenger esplose nei primissimi minuti dopo il lancio da Cape Canaveral, causando un doloroso strascico di morte e di paura: sette astronauti persero la vita in pochissimi attimi di un’altrimenti bellissima giornata di gennaio.
Trascorsero due anni di inchieste e di rinvii di ulteriori missioni Shuttle, ma anche di studi sul rafforzamento dei sistemi di sicurezza delle navicelle ed infine arrivò una rinnovata fiducia verso questo mezzo.
Iniziarono così di nuovo i lanci di Shuttle perfezionati ed il 18 ottobre 1989 lo Shuttle Atlantis diede il via alla missione Galileo.
L’obiettivo principale della sonda era raggiungere Giove ed entrare in orbita, non semplicemente avvicinarlo e sorpassarlo, come avevano già fatto le Pioneer e le Voyager: a differenza di queste sonde, stavolta la Galileo (foto a fianco) non recava a bordo con sè messaggi o immagini rivolti ad improbabili intelligenze aliene, ma viceversa, avendo il compito di studiare il pianeta gigante per parecchi anni, portava con sé un compagno di viaggio, una piccola sonda (foto in basso) che sarebbe stata lanciata verso il pianeta stesso, per studiarne l’atmosfera. E questa sarebbe stata solo una delle tante novità legate a questa spettacolare missione.
Veniamo subito all’analisi del percorso che la sonda avrebbe seguito per raggiungere Giove: sappiamo dagli articoli sulle sonde Pioneer e Voyager, che tutte e quattro queste sonde avevano raggiunto il loro primo obiettivo, Giove, direttamente, sfruttandone dopo l’attrazione gravitazionale per proseguire nel loro viaggio.
La Galileo invece doveva arrivare al pianeta Giove ed inserirsi in orbita: in parole povere, se avesse fatto come le quattro sonde precedenti, sarebbe poi stato necessario l’utilizzo di una grande quantità di carburante per frenarne la corsa. Ma anche volendolo fare, questo tipo di traiettoria diretta verso il pianeta non era più possibile, dal momento che per problemi di sicurezza degli astronauti nello Shuttle non era stato portato anche il razzo Centaur che avrebbe dato la spinta necessaria alla Galileo per arrivare direttamente a Giove: per riuscire comunque a svolgere la missione, gli scienziati della [2] Gravity Assist (GA) da parte di altri pianeti, Venere e la Terra: tecnicamente la Galileo avrebbe effettuato una manovra VEEGA, e cioè una “Venus Earth Earth Gravity Assist maneuver”. Per la prima volta dunque si sarebbero sfruttati un GA da parte di Venere e ben due da parte della Terra, con l’ulteriore beneficio di poter risparmiare una grande quantità di carburante, da utilizzare poi una volta in orbita di Giove per effettuare numerose correzioni di rotta.
Lo scotto da pagare sarebbe stato però un aumento della durata del viaggio, 6 anni, rispetto ai poco più di 2 richiesti ad esempio dalle sonde Voyager: ma c’è da dire che questa lunga attesa è stata ben ripagata perché per la prima volta una sonda sarebbe passata vicinissima a due [3] asteroidi. La Galileo ha fatto pure di più! Ha addirittura scoperto che il secondo asteroide possiede un [4] satellite, come vedremo in seguito.
A questo punto, come facciamo sempre negli articoli sulle Sonde Spaziali, lanciamo il [5] simulatore 3D per poter seguire la sonda, mentre continuiamo a leggere l’articolo.
Ce ne possiamo accorgere subito: invece di dirigere la sonda verso l’esterno del Sistema Solare e cioè verso Marte e poi Giove, i diabolici progettisti hanno inviato la sonda verso l’interno del nostro Sistema, precisamente in direzione del pianeta Venere. Con la simulazione possiamo vedere la Galileo mentre correva verso il pianeta gemello della Terra, che raggiungeva in appena 4 mesi, il 10 febbraio 1990.
Vista così sembra facile: in realtà tutto doveva essere già stato progettato per tempo. La missione originaria prevedeva che sonda sarebbe dovuta partire nel 1986, seguendo una traiettoria diretta verso Giove, allontanandosi così dal Sole e dalla sua influenza, verso i freddissimi spazi siderali. Dovendo invece percorrere parte della traiettoria all’interno dell’orbita terrestre e dunque in vicinanza del Sole, ecco che i progettisti avevano dovuto rinforzare tutta la schermatura esterna, per proteggere la sonda dal calore e dalle radiazioni solari. Nei tre anni e più in cui la sonda è stata in attesa di partire, i tecnici non sono stati certo a riposare, avendo avuto molto da rivedere e riprogettare…
Passando dunque dalle parti di Venere, la sonda ha più volte immortalato il pianeta: ecco un esempio con due foto, la prima nell’ultravioletto, a falsi colori e la seconda nel visibile con i colori reali.
Ricevuta così una prima accelerazione da parte di Venere, la sonda si è diretta verso l’esterno: dalla simulazione sembra quasi che fosse diretta come un proiettile verso Marte, ma in realtà stava percorrendo un tratto di orbita, per arrivare al primo appuntamento con la Terra e con il suo [4] satellite (foto a fianco).
L’8 ottobre 1990 la Galileo volò ad appena 960km dalla superficie del nostro pianeta, con il rischio teorico di poter sprofondare nella nostra atmosfera, distruggendosi inesorabilmente: questa eventualità era molto temuta (ma non dai tecnici che sapevano manovrare alla perfezione la sonda), perché c’era il problema che a bordo l’energia per l’alimentazione delle apparecchiature era fornita da un generatore a radio-isotopi di Plutonio-238: il caso peggiore, che però aveva una bassissima probabilità di verificarsi, sarebbe stato quello della distruzione della sonda nell’atmosfera, con conseguente pericolo per noi e per l’atmosfera stessa.
Apro una piccola parentesi. Ricordo una situazione quasi simile, quarantanni fa, al rientro nell’atmosfera dell’Apollo 11: si era parlato più volte durante il ritorno della navicella dal viaggio sulla Luna, che la manovra di rientro richiedeva uno strettissimo margine per la traiettoria. Se la navicella fosse entrata con una traiettoria troppo inclinata, l’atmosfera l’avrebbe distrutta per attrito, mentre viceversa se l’angolo di ingresso fosse stato troppo grande allora l’Apollo sarebbe schizzato via nello spazio con nessuna possibilità di recupero dei poveri astronauti. Se ricordo bene, l’angolo di incidenza doveva avere una tolleranza di mezzo grado, per permettere un rientro sicuro: tutto andò bene allora e in tutte le missioni successive, così come tutto andò per il meglio anche per la Galileo. In tutti i casi la situazione critica si risolse positivamente non certo per fortuna, bensì grazie all’aiuto dei computer e dei tecnici che li utilizzavano.
Tornando alla sonda, si approfittò infine di questo passaggio ravvicinato con la nostra Terra per rispondere ad una domanda a dir poco strana e stravagante…
Ancora una volta troviamo coinvolto Carl Sagan, il famosissimo astronomo, scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico, morto nel 1996: all’approssimarsi della missione, si era domandato se la vita sulla Terra fosse riconoscibile, rilevabile dallo spazio. Appunto il passaggio ravvicinato della sonda e le sue analisi avrebbero contribuito a rispondere alla domanda.
Infatti la sonda fornì la conferma di certi criteri da lui ideati per poter affermare che un pianeta ospita forme di vita: senza scendere troppo nei dettagli, la Galileo rivelò forti assorbimenti nello [7] spettro elettromagnetico dovuti alla clorofilla delle piante, al metano ed all’ossigeno creato sempre dalle piante ed infine ebbe modo di captare trasmissioni di onde radio assolutamente non naturali. A noi sembrano cose banali, ma in realtà, se ci soffermiamo un attimo, possiamo renderci conto che mai da nessun pianeta o [4] satellite sono state raccolte informazioni di questo tipo.
Ad una conferenza tenutasi dopo il sorvolo, il progettista T.Johson propose ai convenuti di far finta che la sonda Galileo fosse una sonda aliena proveniente dal sistema stellare di Arturo (la stella principale della costellazione Bootes) e si chiese che cosa avessero imparato gli alieni dal sorvolo di questo pianeta azzurro, pieno di nuvole e di oceani.
Sicuramente gli scienziati alieni avrebbero dedotto che gli oceani non sono molto profondi, dal momento che la densità del pianeta è 5 volte quella dell’acqua e inoltre avrebbero trovato un campo magnetico, derivato da un nucleo fluido all’interno del pianeta. Poi dalla bassa concentrazione di CO2 (il biossido di carbonio) nell’atmosfera e la notevole presenza di O2 (ossigeno) avrebbero potuto arguire la presenza di vita.
Senz’altro potrebbero aver sentito segnali radio-televisivi, assolutamente non naturali, fatto questo che avrebbe avvalorato l’ipotesi della presenza di vita. Infine, anche se non sono stati fotografati, visto il rapido passaggio della sonda, avrebbero ipotizzato la presenza di vulcani attivi.
Insomma a fronte di tutte questa tracce - prosegue Johnson - i responsabili della missione certamente potrebbero spingere i membri dell’Accademia delle Scienze di Arturo a chiedere ai governanti il finanziamento di una successiva missione verso questo pianeta, possibilmente una sonda da immettere in orbita…
I calcoli dei progettisti perciò erano perfetti e la sonda ricevette dunque il secondo GA per portarla a superare l’orbita di Marte, nel maggio 1991.
Però subito dopo il sorvolo della Terra alla sonda capitò un guaio serio che rischiava di compromettere per intero la missione: al momento di aprire l’antenna ad alto guadagno da quasi 5 metri di diametro, che avrebbe permesso le comunicazioni con i creatori, si è misteriosamente inceppato il meccanismo che l’avrebbe aperta come si fa con un ombrello, con il risultato che l’antenna non si è mai aperta, nonostante tutti gli sforzi dei tecnici della NASA.
Hanno infatti provato a scaldarla, ruotando la sonda in modo da esporla al Sole, oppure a raffreddarla nascondendo l’antenna ai raggi solari: niente da fare.
Hanno provato migliaia di volte ad aprirla con i motori preposti, ma ancora niente. Probabilmente alla fine si era aperta solo parzialmente, ma comunque rimaneva assolutamente inutilizzabile. Ecco che dunque, obtorto collo, i tecnici decisero di adoperare l’antenna a basso guadagno per la ricetrasmissione di dati a Terra. Questa antenna non aveva assolutamente la potenza di quella ad alto guadagno ed era stato previsto il suo uso solo come riserva e per altri scopi.
Dunque la soluzione di ripiego di un’antenna più piccola comportava due inconvenienti notevoli: una potenza di segnale trasmesso nettamente più ridotta e la bassissima velocità di trasmissione.
Il primo problema poteva essere risolto grazie alla potenza delle stazioni riceventi: sulla Terra esisteva (ed esiste tuttora) una rete di ricetrasmissione dati (la DSN, Deep Space Network) assolutamente efficiente e che avrebbe garantito il continuo contatto con la sonda nonostante la [9] rotazione della Terra stessa e la bassa potenza del segnale ricevuto.
Per il problema della bassa velocità di trasmissione si dovette ricorrere ad un escamotage che per noi ora è molto comune e noto: dovendo trasmettere una mole enorme di informazioni a bassa velocità, ecco che era necessario comprimere le informazioni (sì, zippandole!) in modo da abbattere drasticamente i tempi di invio. Ricordo che (seguendo all’[10] epoca la vicenda sulla rivista [11] Sky and Telescope) i tecnici avevano approntato un apposito software di compressione e l’avevano addirittura spedito alla sonda, in modo che lo potesse utilizzare da subito.
Per facilitare l’operazione di immagazzinamento dati, compressione ed invio alla Terra, le informazioni sarebbero state memorizzate su di un nastro magnetico e poi spedite a Terra in momenti in cui non ci fosse stato altro di più importante da inviare! Ma come vedremo fra breve, anche il nastro magnetico avrebbe dato i sui bravi problemi ai tecnici della NASA. Comunque rispetto alle pessimistiche analisi iniziali che non prevedevano nulla di buono, così facendo si poteva arrivare a coprire ben il 70% degli obiettivi scientifici primari assegnati alla Galileo… Assolutamente meglio che niente!
Nel frattempo la sonda continuava il suo viaggio e si stava avvicinando dunque ad un obiettivo che come detto era una novità. Per la prima volta infatti una sonda si poteva avvicinare ad un asteroide, il fino ad allora poco noto Gaspra (il 951° asteroide, scoperto nel 1916, che ha preso il nome da una città ucraina in Crimea sul Mar Nero) che la sonda raggiunse il 29 ottobre 1991, passandogli ad appena 1600km di distanza. Già nel corso dell’avvicinamento la sonda realizzò una serie di foto che mostravano la [9] rotazione dell’asteroide sul proprio asse (foto a fianco) nonchè un bellissimo [13] asse maggiore di una ventina di km.
Ed ora di corsa verso il successivo appuntamento con la Terra, che avvenne l’8 dicembre 1992, stavolta con un passaggio ancora più vicino alla superficie (appena 305km, praticamente la quota a cui viaggiano gli Shuttle e ben al disotto dell’orbita della Stazione Spaziale Internazionale, la [14] altezza). Grazie al nuovo GA ottenuto, la Galileo è stata ancor di più proiettata verso lo spazio esterno dove di lì a qualche tempo, nel suo viaggio verso Giove, avrebbe effettuato un incontro con sorpresa…
Nel frattempo, il 24 marzo del 1993, dalla Terra veniva scoperta la [15] cometa periodica Shoemaker-Levy 9 (SL9), che descriveremo nei particolari nella seconda parte di questo articolo. Caratteristica unica di questa [15] cometa (confesso che io personalmente l’ho scoperto solo da pochissimo tempo e sono rimasto a bocca aperta quando l’ho saputo!) è che non orbita intorno al Sole, ma è una [15] cometa periodica in orbita intorno a Giove!
Nel secondo appuntamento analizzeremo ciò che la sonda ha rilevato su Giove durante i suoi 8 anni di permanenza.
Stay tuned!
URL articolo: http://www.astronomia.com/2009/10/05/la-sonda-galileo-parte-1/
URLs in questo articolo:
[1] come visto: http://www.astronomia.com/2009/09/20/le-sonde-voyager-i-e-ii-parte-1/
[2] Gravity Assist: http://www.astronomia.com/2009/08/24/l%e2%80%99effetto-fionda-o-%e2%80%9cdel-ciclista-temerario%e2%8
0%9d/
[3] asteroidi: http://www.astronomia.com/glossario/#asteroidi
[4] satellite: http://www.astronomia.com/glossario/#satellite
[5] simulatore 3D: http://software.astronomia.com/applets/spacecraft/galileo.html
[6] satellite: http://www.astronomia.com/glossario/#satellite
[7] spettro: http://www.astronomia.com/glossario/#spettro
[8] satellite: http://www.astronomia.com/glossario/#satellite
[9] rotazione: http://www.astronomia.com/glossario/#rotazione
[10] epoca: http://www.astronomia.com/glossario/#epoca
[11] Sky and Telescope: http://www.skyandtelescope.com/
[12] rotazione: http://www.astronomia.com/glossario/#rotazione
[13] asse maggiore: http://www.astronomia.com/glossario/#asse_maggiore
[14] altezza: http://www.astronomia.com/glossario/#altezza
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