Ecco il seguito del racconto Ozzac!, pubblicato per il primo trofeo di Fantastronomia

racconto di Luca Rettore


Come saprete il Dottor Draper è passato a miglior universo circa un mese fa. Mi manca il suo faccione barbuto e ancor più quel brivido lungo la schiena che mi percorreva ogniqualvolta uno strano luccichio faceva capolino nel suo sguardo penetrante. Oppure quando ti si avvicinava, quatto quatto, mentre eri di spalle ed intento ad osservare qualche raro fenomeno celeste di grande importanza e ti sussurrava nell’orecchio: “Mooomento Quaaantico!”. Lui lo definiva: “Il momento quantico dell’intuizione!”. Era quello il punto di partenza di una grande avventura che, quasi sempre, portava ad un irrimediabile disastro di proporzioni ciclopiche (a parte il brevettato riproduttore molecolare di magnesia aromatica che adesso, purtroppo, non usa più nessuno).

Dalla sua scomparsa il dislocatore di antimateria è stato oggetto di numerosi studi, valutazioni ed esperimenti correlati, ma purtroppo il processo di trasferimento non avviene. Nonostante un uso abnorme di energia, non vi è stato alcun risultato apprezzabile. Chi ci capiva davvero in questo campo era solo lui e tutti noi, qui, ci sentiamo un po’ come dei pinguini che vogliono imparare a volare.
Almeno fino ad ora.

Ieri notte, complice forse un tiramisù alla ricotta non proprio digeribilissimo (come quasi tutte le specialità calabresi di mia madre), non riuscivo a dormire e pensavo al principio del dislocatore spiegatomi da Draper. Secondo la sua teoria, materia ed antimateria, appartenenti a due universi distinti seppur identici e speculari (ecco l’arcano significato del suono – Ozzac! – pronunciato dal globo di luce!), sono collegate indissolubilmente tra loro. Grazie ad un sofisticatissimo calcolo probabilistico, elaborato dal Deep Blue, è possibile individuare la galleria di comunicazione tra due oggetti per poi, con una tecnica di risonanza subatomica non ben acquisita, “catturarne” la parte di antimateria e posizionarla nella cabina di destra del dislocatore. Ok, fin qui tutto bene, pensai, ma le stringhe? Perché le stringhe delle sue scarpe non si sono smaterializzate con il resto del corpo? Un caso? Forse. Sarebbe rimasta anche qualche penna colorata che aveva nel taschino, o il suo camice, o chissà… anche il suo pacemaker. Perché proprio e solo quelle dannate stringhe?

Stringhe? Naaaaa, ma porc.., come ho fatto a non pensarci prima?! Devo tornare al laboratorio, forse ho capito!

Ecco sono qui, senza il Dottore mi sento come un tombarolo in una notte senza luna. Scendo al secondo piano interrato, accendo le luci, mi dirigo alla parete attrezzata ed eccole: le avevo riposte in un cassetto, insieme alla sua ultima pubblicazione, dal significato oscuro e contorto: “Come vincere a ping pong con l’ausilio della supersimmetria”.
Da un primo esame sommario sembrano delle comuni stringhe logore e dall’odore vagamente nauseabondo: lunghe circa 70 cm l’una, di un cuoio color marrone chiaro, sezione quadra e con un lato liscio al tatto…

Non ne sono sicuro, ma intravedo dei minuscoli segni. Non sembrano causati dall’usura. Ho bisogno del microscopio ottico con cui, spesso, separiamo gli strati di cioccolato dei cremini, destinati alla pausa, da quello alla nocciola che invece diamo alle cavie (ebbene sì, noi scienziati siamo tutti dei gran golosoni).
Ok, preso. Osservo attentamente la prima stringa al microscopio iniziando da un’estremità… lo sapevo! Ci sono incise delle lettere! Questa volta Dottore sei mio, ho capito il tuo gioco!
Vedo una “P”, vedo una “O”, una “L”, un messaggio di Draper, fantastico! Non sto più nella pelle, prendo carta e penna e mi annoto il messaggio:
“POLLO SPAZIALE! E’ L’ALTRA STRINGA CHE DEVI PASSARE NELLO SCANNER DEL DEEP BLUE!”

Mi mancava il suo sarcasmo…

Prendo l’altra stringa e la osservo attentamente: non ci sono lettere, ma un interminabile codice a barre, o qualcosa di simile, stampato indelebilmente. Mi alzo, mi porto al quadro elettrico generale e accendo il dislocatore di antimateria e la sua unità remota Deep Blue. Giro intorno a quest’ultima ed in effetti, dietro uno dei due rack, c’è uno scanner piano. Alzo il pannello e ripongo delicatamente il lato liscio con la sequenza stampata rivolta verso la base di appoggio.

Vado al pc, lo screensaver di due astronauti, col volto di Draper e Minnie Minoprio a bordo di una navicella con la scritta: “Yes, Week End!” lanciata in direzione della Luna, scompare al movimento del mouse, lasciando spazio alla famosa icona raffigurante una pietra (Ein..stein) da cui tutto iniziò.
Prendo fiato, chiudo gli occhi e ci clicco sopra.

Nulla. Solo un sibilo insignificante e poi nient’altro.

Delusione e fallimento. “Ozzac, ozzac, ozzac! Dove sbaglio?”

Apro il debugger e mi metto ad indagare nel programma sorgente, tra le righe di codice. Non ho la stessa preparazione e profondità intellettuale del mio mentore, però qualcosa l’afferro anch’io e comprendo che una subroutine creata ad hoc e nominata “laces” escludeva dalla scansione della cabina di sinistra qualunque oggetto avesse le precise dimensioni delle stringhe di Draper. Quindi sapeva. Se qualcosa fosse andato storto, un’ancora di salvataggio – una vera e propria chiave hardware – sarebbe rimasta in questo mondo. Diabolico Dottor Draper! Voleva impedire che invertendo il processo, cercando maldestramente di riportarlo indietro, si creassero danni inimmaginabili al cuntinuum dello spazio-tempo! Ora devo solo capire dove mettere la chiave, in quale punto del programma si agganci. Mi ributto a capofitto nel listato e cerco altre subroutine in relazione diretta con “laces”, ed ecco spuntare un piccolo e fantomatico script, nominato “space_chicken” (ogni riferimento alla mia persona è puramente casuale), che mette in relazione l’uso dello scanner piano con il programma sorgente, inserendo la parte di codice mancante compilato sulla stringa (l’avviso del file di periferica necessario, apparso durante l’esperimento, si riferiva probabilmente a questo).

Avvio lo script e, un nanosecondo dopo, una scritta riempie tutto lo schermo:
“Good Space Chicken, You Have Big Space Balls!” (preferirei non tradurre, né commentare).
Ci riprovo con un doppio clic sull’icona a forma di pietra.
Ecco, finalmente, il ronzio crescente provenire dalle bobine toroidali!
All’interno della cabina di destra, quella dell’antimateria, un piccolo globo di luce aumenta velocemente di diametro fino a lambire le pareti di vetro, per poi implodere e scomparire lasciando solo scariche color azzurro-verdognole.

Dalla cabina di sinistra ecco materializzarsi qualcosa dal nulla: dapprima un corpo non ben delineato, un camice, una testa dai capelli grigi e radi sparati in ogni direzione e caricati elettrostaticamente. In seguito si delinea un viso, bloccato su un’espressione tra lo stupore e il disappunto, a cui appartengono degli occhi azzurrissimi e spiritati quanto basta per riconoscerlo al volo.
“Dottor Draper! Dottor Draper! E’ vivo! E’ tornato tra noi, grazie a Dio!” Mi precipito ad aprire la cabina.
Le braccia lungo i fianchi e leggermente tremanti si alzano verso di me, come protese verso qualcosa.
“Da…”
“Sì Dottore, mi dica. Dica ai posteri qualcosa in questo momento storico! Qualcosa come: “Risorto dall’antimateria, trascendendo il tempo e lo spazio cosmico!” oppure: “Ho visto cose che voi, agglomerati di carbonio, non potreste neanche immaginare!”. Un momento, aspetti! Ho un’idea: la videoregistro, solo un attimo. Ecco è qui, sul treppiede, batteria carica, premo il tasto REC, forza Dottore parli ai posteri!”.
“Da..” Il pollice e l’indice della sua mano destra si avvicinarono fino a quasi toccarsi.
“Da..” … “Da…mmi un cremino!”

REC…STOP

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38enne di professione informatico, è nato e vive a Roma dove lavora come system engineer presso una grande azienda nel settore IT. E' l'ideatore e sviluppatore di Astronomia.com, portale nato dal connubio tra due delle sue più g ... pagina autore

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  1. OT.
    E’ ben più di mezzo secolo che si studia l’ antimateria, non sarebbe il caso di cominciare a studiare la i-materia (i = radice quadrata di meno uno) ?
    Magari é meno ipotetica di quanto si crede.