Ora che la cometa interstellare 3I/ATLAS si sta sempre più allontanando dal Sistema Solare per perdersi definitivamente negli spazi interstellari, dopo aver fatto molto parlare di sé durante il suo viaggio dalle parti del Sole, gli studiosi si stanno dando parecchio da fare per scoprire il più possibile dai tantissimi dati volta per volta registrati dalle sonde spaziali e dagli osservatori terrestri.
In questa pagina del nostro sito, aggiornata a mano a mano che ne pubblico altri, trovate l’elenco di tutti gli articoli precedenti sulla cometa, ognuno dei quali mostra aspetti differenti della 3I/ATLAS a mano a mano che percorreva la sua orbita all’interno del Sistema Solare.
In un interessante articolo apparso su SkyatNightMagazine della BBC, vediamo insieme quanto ci dice il noto Iain Todd sugli studi più recenti effettuati: la mia traduzione dall’inglese è come sempre ragionata e assolutamente non artificiale. Miei commenti appariranno in corsivo, come sempre. Già dal titolo lunghissimo, l’articolo promette molto bene!
La cometa 3I/ATLAS è nata in una regione della galassia enormemente differente dal nostro Sistema Solare, miliardi di anni fa
Da alcuni studi sulla sua chimica, è emerso che la cometa 3I/ATLAS si è formata da qualche parte in un luogo più freddo e con un livello più basso di radiazioni rispetto alle nostre vicinanze: anche se non sanno esattamente da dove provenga la famosa cometa interstellare, gli studiosi stanno raccogliendo gli indizi su come fosse la sua zona d’origine al momento della sua formazione circa 10 miliardi di anni fa, molto ma molto prima che nascesse il nostro Sistema Solare.
Un laboratorio chimico interstellare proveniente dallo spazio profondo
Subito dopo la sua scoperta, il primo luglio del 2025, ed il successivo calcolo della sua orbita, è subito emerso che si trattasse di una cometa interstellare proveniente dallo spazio esterno al Sistema Solare (presentando un’orbita iperbolica con un’eccentricità superiore a 6, mentre le comete del Sistema Solare percorrono orbite ellittiche o paraboliche, rispettivamente con eccentricità molto più bassa di 1 e con valori intorno all’unità): com’è noto, è stata appena la terza cometa di tipo interstellare, dopo la 1I/Oumuamua e la 2I/Borisov.
È stato proprio per questo motivo che gli scienziati (quelli seri, non i racconta frottole che viceversa non hanno perso tempo a parlare a sproposito di questa cometa) la stanno studiando con l’aiuto dei più potenti telescopi a disposizione dell’umanità e delle sonde spaziali in giro per il Sistema Solare, durante e dopo il rapido passaggio della cometa nei nostri paraggi.

In questa immagine vediamo ad esempio la cometa ripresa dalla sonda JUICE dell’ESA.
Un visitatore da un angolo remoto e freddo della nostra Galassia
Ricerche da parte di scienziati dell’Università del Michigan rivelano che, dovunque si sia originata la 3I/ATLAS tra almeno 7 miliardi e 10 miliardi di anni fa, l’ambiente era molto più freddo del nostro Sistema Solare, le cui origini risalgono a 4.5 miliardi di anni.
Tutte le comete sono corpi celesti ghiacciati formati da rocce, polveri e ghiaccio: avvicinandosi al Sole il loro ghiaccio sublima (passa dallo stato solido a quello gassoso), venendo a formare una nuvola grande e diffusa intorno alla testa della cometa stessa e generando una coda dal lato opposto al Sole.

Il team che ha effettuato questi studi ha scoperto che la 3I/ATLAS è ricca di un tipo di acqua contenente deuterio: fin dai nostri primi studi scolastici, sappiamo che l’acqua è composta da due atomi di Idrogeno (H) connessi ad uno di Ossigeno (O), formando la ben nota molecola con la ben nota formula H2O. Normalmente l’atomo di idrogeno nelle molecole d’acqua ha un singolo protone nel suo nucleo, ma una forma molto più rara (il Deuterio, D) oltre al protone presenta un neutrone nel suo nucleo.
Appunto la 3I/ATLAS presenta un elevato rapporto di molecole d’acqua contenenti Deuterio (al posto dell’Idrogeno), in quella che prende il nome di “acqua pesante”, in formula D2O: questo tipo di acqua è presente sulla Terra, ma proporzionalmente in minori quantità rispetto a quelle trovate sulla cometa.
Luis Salazar Manzano, leader del team e studente del Dipartimento di Astronomia dell’Università del Michigan, afferma che “le nostre osservazioni dimostrano come siano molto differenti le condizioni che hanno portato alla formazione del Sistema Solare rispetto a quelle di altre zone della nostra Galassia: la quantità di Deuterio presente rispetto a quella dell’Idrogeno nell’acqua comune è più alta rispetto a quanto abbiamo mai riscontrato in altri sistemi planetari e comete”. Il team riporta che il rapporto tra le quantità di Deuterio rispetto a quella di Idrogeno è 30 volte quella riscontrata nel Sistema Solare e ben 40 volte quello che si trova nelle acque dei nostri oceani.
Questo fatto offre agli scienziati un’ipotesi sulle condizioni presenti all’atto della formazione della cometa in una remota zona della Galassia, paragonando le condizioni attuali della cometa rispetto a quelle che conosciamo per il Sistema Solare, al momento in cui i pianeti e le comete si stavano formando: una zona molto più fredda e con livelli molto più bassi di radiazioni.
Teresa Paneque-Carreño, coautrice dello studio ed assistente presso il Dipartimento di Astronomia, afferma che “questa è la prova che qualsiasi siano state le condizioni di formazione del Sistema Solare, non è detto si riscontrino dappertutto nello spazio: potrebbe sembrare ovvio, ma è una di quelle affermazioni che va dimostrata con le ricerche”.
Com’è stata fatta questa scoperta
Il team ha utilizzato l’Osservatorio MDM (Michigan-Dartmouth-MIT) in Arizona, per osservare le emissioni gassose della cometa. Salazar Manzano ha poi contattato Paneque-Carreño per analizzare insieme i dati dell’ALMA (Large Millimeter/submillimeter Array Observatory di Atacama, nel Cile), che hanno permesso di comparare le quantità di acqua pesante rispetto a quella convenzionale, mostrando tra l’altro la possibilità di ripetere questo tipo di studi per i futuri oggetti interstellari.
Mentre la 3I/ATLAS è un’effettiva rarità al momento, gli Astronomi si aspettano che i nuovi osservatori quali ad esempio il VRO (Vera Rubin Observatory) possano spalancare le porte ad una nuova era di scoperte di oggetti interstellari: ciò significa molti più visitatori dallo spazio profondo e maggiori opportunità di studiare cosa stia succedendo laggiù, molto lontano rispetto al nostro Sistema Solare.
Rimaniamo dunque sintonizzati in attesa di nuove scoperte di oggetti interstellari!
E nel frattempo gli interessati (con il valido aiuto di Archimede Pitagorico e di Pico De Paperis) possono trovare e studiare il report di questi studi, in questo articolo (lunghissimo e difficilissimo) apparso oggi su Nature Astronomy. Non per deboli di cuore…

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