Harim She Nut

Storia di un viaggio, per scelta e per destino. storia di confini e del finito-umano, del fluire indifferenziato, ammaliante e distruttore della natura, storia di una frammentazione di coscienza in cui l’eroe – questa volta una penelope del futuro – segna l’avventura dell’uomo nell’Universo…

Addì to-day, sotto le lune di ghiaccio dell’anno 7743. Restai racchiusa tra cielo e malinconia quando compresi che possono piovere comete. Tra labbra ed orizzonte qualcosa ando’ morendo e non uni’ piu’ parole ne’ pace. Mi chiusi nella mia natura di nucleo intero, raggio crudo, radar aciturno, antica fibra d’ortica ed aprii le porte a fare entrare il tempo.

Alla Prima Iniziazione, lungo l’asse mediano del Cerchio di Pietra, Chasèd, il Maestro, mi consegno’ il segreto dei mondi capovolti nella Grande Esplosione: “Lo Spazio non ha spazio. Il Tempo non ha tempo. Non c’e’ che il Nome nel tuo nome”.

Quando lo raccontai alla madre della madre -quella che leggeva i segni- “Guardarenella profondità e’ muoversi all’indietro -disse-. Camminare lo spazio e’ ripercorrere il tempo. Tra funi oscure e nodi stretti, tra ancore, alberi e portelli di navi perse, tra comete in bilico e balestre di antichi eserciti accade la vita” concluse sorridendo.

Risposi al sorriso. Non le dissi mai che le sue parole erano incomprensibili. Non so perché continuo a pensare a loro da quando, imprigionata nel Terzo Cilindro, ho lasciato il Centro delle attività e, più tardi, il luogo dei rifugi sicuri. E non so più da quanti parsec sto fluttuando nel Grande Nulla alla ricerca di qualcosa che interrompa il silenzio e le sue pieghe dilatate, né da quante onde -freccia impazzita verso i quattro punti- ho perso la struttura dei territori.

Senza sigle di identificazione ho superato le nubi oscure del Cygnus, le polveri fredde ed i rigonfiamenti brillanti della spirale. Ho perforato le radiazioni fossili di fondo delle Correnti di Magellano, la nebbia viola delle città verticali della Carena, le onde lunghe di Eta la misteriosa e le flotte meridionali dei satelliti di Andromeda. Ho cercato di stravolgere l’ordine dei meccanismi, di spezzare i circuiti ad attivazione olfattiva dei centoventi mostri delle colonne di idrogeno e delle lune malate di Giove, dove i crateri si uniscono.

Lasciato alle spalle -molti settori di pensiero fa- il braccio esterno, sto costeggiando, ora, quello del Sagittario ed i suoi cieli violenti: nuvole di gas accese da stelle veloci vomitano castagne primitive, supernovae incendiano archi e filamenti di materia collassata, meduse di diamante affilano raggi gamma e farfalle radioattive esplodono in girotondi impazziti.

Vorrei ricordare quando e’ iniziato tutto: il momento preciso. Perche’ non ho capito fermato mutato ribaltato l’inganno che andava a disfare la vita e l’approdo? Perche’ non mi sono opposta al viaggio? E vorrei sapere, oggi che neanche la vecchiaia -arrestata- mi e’ di consolazione, non piu’ come, ma quando finirà. In quante bolle di vuoto, ancora, gabbianilupo stupreranno la testa e le sue voragini? E basteranno le staccionate che alzo ogni notte per impedire ai Mostri di entrare?

Come in principio foreste con occhi, armi levigate, punte fuse, pietre rituali e sonagli di ossidiana attraversano strati di sonno. Ecco le Sale del fuoco, le vetrate, i grandi cancelli della torre di amianto. Ecco i pescatori di molecole, l’angolo ricamato dell’ombrellino d’oro, i profilatori del tempio sull’$anello$ esterno, i sari bianchi delle raccoglitrici di pepe, le conchiglie di zolfo ed il punto della pesa del cuore.

Nel silenzio di nubi ardenti -macchia amaranto in dislivello, superemettitore di ansia- imprigiono ore e castagnole chiare. L’oblio copre il cielo, ma negli occhi -ponti sospesi sull’assenza- il ricordo è ancora una ferita e la città dell’infanzia un muro trasparente. Scendevo al bosco di notte- spesso- ed i pioppi erano ragazze. Non avevo luogo dove dormire -a volte-. Soffrivo d’insonnia o camminavo nella paura per ritrovare intensità. A volte volevo essere cavallo. A volte scivolavo su comete.

Nel grembo rarefatto, tra quasar e stelle binarie, fiore azzurro al centro dei mondi, disperatamente cerco di riprendere il senso di quando ero zingara, delfino, guerriero, sacerdotessa al tempio, di ritrovare il significato del panno bianco ed oro allo ziqqurat o del cencio cremisi nella gabbia di legno, alla porta sud dell’odiata città d’esilio. Alla velocità degli sguardi il dolore spreme la vita, eppure, se tasto il cuore, se cammino il sudore, corro ogni lacrima, guardo rossoprofondo, se chiedo ai capelli, domando alle mani, se interrogo il sangue: ripartirei, perché tutti i brandelli del sogno vanno bene e la sfida è quella antica “Chi li riunirà? L’innocenza? Lo stupore? L’amore?”

Ci fu un bagliore -quanti parsec fa?- in cui pensai che il puzzle si componesse. Ci fu un lampo -quando mi arresi?- in cui giallo seguì giallo, ocra aderì ad ocra ed arancio terminò arancio. Ci fu una esplosione -fu in questo punto?- in cui il cuore restò con me nella casa dei cuori e riprese l’essenza di lunghe vesti rosse a vela, gonfie di vento.

Accadde qui. Precipitai, catturata da correnti gravitazionali, subito dopo le tre del Centauro e le Mosche di pietra. Planai tra i fuochi ancora spenti e la statua del re non ancora sotterrata per il Giubileo, poi mille fiaccole e lance di colore popolarono il buio. Mi chiamarono Harim -regina- quando arrivai, la notte dei Trenta anni, e poiché ero creatura d’aria fui She Nut -figlia del cielo-. “Camminare lo spazio è ripercorrere il tempo” ricordai. Mi vennero incontro con i sigilli cilindrici e le insegne dell’Ibis. Arrivarono i portatori di sandali,le donne con tavolozze di ardesia, suonatori di sistro, sacerdoti con la coda di toro alla cintura, sul grembiule di perline ed in ultimo Ankh, il Maestro di cavalli. Fu lui a porgermi il saluto, toccandosi il cuore con la mano destra aperta ed a
dire che ero nella Terra del Giunco, nel trentesimo anno di regno di Airad, continuazione della luce.

In cielo apparvero i segni. La mercante di porpora sorrise disponendo in cerchio ciotole di coccio, teli per pioggia e destino, la murena macchiata d’oro si affacciò dal pettorale del dio, poi si ritrasse. Guardo fuori. Pennacchi rossi raccontano mondi finiti. Stelle implodono in ventagli di ghiaccio. Sottili punti viola d’orizzonte spariscono in fasce brune. Ombre sdraiate si allargano al deposito dei tramonti.

Il segnalatore laterale mi avverte che è l’ora della raccolta e memorizzazione delle immagini. Dovrei anche posizionare i pannelli ed immagazzinare, in fretta, l’energia esterna per le riserve, invece -maniglie nella testa- resto immobile. In principio eravamo musica -penso-. Una sola nota calda e piena. Il respiro di tutto. E noi fummo il respiro di tutto. Fummo l’acqua che unisce agli dei. Vantammo la memoria nella fessura delle bocche allineate. Combattemmo ad armi pari le
antiche cacce sulla rotta di un desiderio.

Modificata geneticamente, nucleo luminoso a coda, seguii il nord -o quello che credetti essere il nord-. All’estrema frontiera Sakmet, dea della guerra e delle carestie, Signora delle stragi, si confuse, perse il nome. La roccia rubò i colori ed i mille uccelli impazziti del Samsara si posarono placati.

La luce si rompe e rimbalza. Cristalli di idrogeno liquido coprono reattori e rimpianti. Il test di radioattività e’ concluso ed il sistema di propulsione silenziosa riattivato. Passano ombre, passeranno ancora. “il Tempo non ha tempo. Lo Spazio non ha spazio. Il Nulla non ha che nulla”.

Navigando flauti alla fonderia dei cavalli il ricordo si sfalda, svanisce. Tornerà ancora, lo so, ma l’unica cosa che conta, ora, e’ riprendere il viaggio, e’ perdersi oltre la fascia scura della vita senzarimedio. Tra breve sarò portata via. Sparirò lungo la pista ruggine. Di me resterà una sfumatura di arancio, la notte. Resterà la malinconia del ragno, tra la pelle bruciata ed il sogno.

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5 Commenti

  1. @Daria
    Una storia tutta mentale e monotona che non mi appassiona.
    Troppo nella mente e poco nel tuo cuore.

  2. @ ivonne.
    se l’hai vissuta così è giusto che tu la esprima così.
    non è per consensi, ma per condivisione, che ho postato questo racconto.
    rispetto al fatto di sentirla nella mente e non nel cuore, però, non hai elementi.
    a volte, per fortuna -anche se raramente- le due cose coincidono.
    ti ringrazio per l’attenzione
    sorrisiviaggiatori
    daria

  3. @Daria (alias Harim She Nut)
    mi sembra di vederti mentre ti perdi nell’Universo, senza trovare e forse sapere quello che cerchi, persa nelle meraviglie del Cosmo. Ci vedo tanta ammirazione per il bello e tanta tristezza per non poterne esserne completamente partecipi. Devo pensare che sia un sorrisomelanconico ? E’ un viaggio mai cominciato e mai finito. Brava, anche se un po’ ermetica. Tuttavia è un grande viaggio!
    😮 😯 😆

  4. @enzo. parole estremamente gradite perchè -come ti ho accennato- questo racconto lo dedico a te, dal momento che nasce dai tuoi articoli sullo spazio-tempo e sul big bang che è ovunque intorno a noi -come le suocere-!
    in verità, in verità ti dico -ti piace l’attacco megalomane?- :mrgreen: (gioco gioco) che il viaggio è la condizione mentale a cui tendo.
    credo, comunque, che nella vita di ognuno ci sia un momento in cui ci si perde, passato -come cecchino in agguato- e futuro -cosa? chi? come?- si confondono, affiorano a tratti (o attratti), annullando il presente.
    a me, aspirante yogin, viene da pensare: siamo deliziosamente imperfetti!
    sorrisodisseo
    daria

  5. @daria,
    sono d’accordo con te che i viaggi più belli sono quelli che nascono nella propria mente, senza confini, senza spazio e senza tempo. Ogni cosa può diventarne un’altra e può seguire le tue direttive ed illusioni. Peccato che ormai la mente di gran parte (quanto grande?) degli essere umani ha buttato ancore troppo pesanti per poter partire …
    👿