Un sistema solare in miniatura

Attorno ad una stellina, a lungo pensata come la più piccola mai osservata, è stato scoperto un pianeta di tipo gioviano. Il sistema stellare potrebbe anche contenere pianeti rocciosi tipo la Terra. Il tutto ovviamente su scala quasi lillipuziana …


Molti anni fa, intorno agli anni ’70, avevo conosciuto a Philadelphia un famoso astronomo, ormai anziano, che era stato uno dei padri dell’astrometria moderna. Attraverso misure precisissime e ripetute nel tempo il prof. Pieter Van der Kamp aveva ottenuto risultati stupefacenti sulle parallassi delle stelle vicine (ossia la loro distanza) e sui loro moti propri. Avevo avuto anche il piacere di misurare qualcuna delle sue celebri lastre fotografiche: una vera emozione. Tuttavia, il grande astronomo era voluto andare troppo in là, pretendendo che le sue misure così raffinate potessero evidenziare ulteriori movimenti periodici della stella sotto osservazione, sì da far pensare che un compagno abbastanza massiccio disturbasse il moto rettilineo uniforme dell’astro principale.

Movimento della stella

La stella, se fosse da sola, seguirebbe il movimento rettilineo del suo baricentro (linea tratteggiata). Avendo un compagno di massa non trascurabile è costretta a descrivere anch’essa un moto circolare attorno al baricentro del sistema e quindi il suo moto apparirà curvilineo, spostandosi, negli anni, sopra e sotto l’ipotetica linea retta del baricentro. L’ampiezza e la durata di questo moto apparente fornisce dati preziosi sulla massa e l’orbita del “pianetone” che l’accompagna.

Successivamente, si convinse anche che esisteva un disturbo ancora più complesso, dovuto non ad uno, ma a due o tre altri pianeti attorno alla stessa stella. Il metodo è concettualmente semplice. Se la stella fosse da sola il moto del suo centro luminoso deve coincidere con il baricentro. Se invece esiste un compagno, il baricentro del sistema (invisibile) conserverebbe il moto rettilineo, ma non la stella che dovrebbe ondeggiare rispetto a questa linea ipotetica. La variazione rispetto al moto uniforme indica la massa e l’orbita dell’oggetto (pure invisibile) che la accompagnava nel moto. Teoricamente il procedimento usato da Pieter era corretto, ma la tecnologia non ancora all’$altezza$ del suo sogno.

Colleghi più giovani dimostrarono che le variazioni nei movimenti infinitesimali delle stelle studiate dal grande astronomo erano dovute a piccoli, ma non trascurabili cambiamenti del sistema ottico del telescopio. Van der Kamp morì profondamente deluso, anche se a 94 anni, con tutti i suoi “pianetoni” (così venivano chiamati) che si sgretolavano come polvere. Tuttavia rimasero i suoi lavori fondamentali sulle stelle vicine e la sua convinzione che molte altre stelle avessero pianeti come i nostri. Aveva soltanto preteso troppo da una tecnica non ancora all’$altezza$ delle sue idee. E’ quindi con grande gioia che oggi posso riportare una notizia storica: un pianeta di tipo gioviano è stato scoperto proprio attraverso le variazioni del moto proprio di una stella vicina a noi, estremamente piccola, un vera miniatura del Sole. Pieter starà sicuramente sorridendo.

Ci sono voluti 12 anni di osservazioni continue, ma VB 10 (la stella in questione) alla fine ha mostrato il suo segreto: un pianeta con una massa circa sei volte quella di Giove che rivolve ad una distanza “relativamente” simile a quella del nostro gigante gassoso attorno al Sole. Ho detto “relativamente”, perche se il pianeta è gigantesco, altrettanto non si può dire della stella centrale. Essa è una nana rossa (o meglio nana di tipo M), appena oltre il limite del bruciamento dell’idrogeno, otto centesimi della massa del Sole. Per molti anni era stata considerata la stella “viva” più piccola mai osservata. Oggi ha un nuovo record: la stella più piccola con un sistema planetario. A parte il super-Giove, tutto è in miniatura. Il “pianetone” (VB 10b) rivolve attorno alla nana in soli 271 giorni terrestri e si trova ad una distanza di 0.36 Unità Astronomiche, non molto diversa di quella del nostro Mercurio. Proprio nelle giuste proporzioni scalando la massa solare a quella di VB 10. All’interno dell’orbita di VB 10b esiste una zona abitabile, che potrebbe ospitare pianeti rocciosi più piccoli. Pensate che per notare le piccole variazioni del moto del baricentro stellare causate dal super-Giove sono state eseguite misure equivalenti a quelle necessarie per misurare lo spessore di un capello umano alla distanza di tre chilometri! Negli anni ’70 Van der Kamp non poteva arrivare ancora a questa precisione.

Questa notizia particolarmente importante (dalla variazione del moto si ricava l’orbita del pianeta disturbatore e molti altri parametri fondamentali) mi ha fatto pensare ad un raccontino, che pubblico assieme a questa “news” seria e vera.

I commenti di questo post sono in sola lettura poichè precedenti al restyling del 2012. Iscriviti al Forum di Astronomia.com ed entra a far parte della nostra community. Ti aspettiamo! : )

9 Commenti

  1. Che bello. Ricordo che lessi di van de Kamp nella mia prima enciclopedia d’astronomia (1985): c’era la sua foto, di lui anziano, ritratto nella biblioteca del suo osservatorio (Sproul), mentre sorridente mostrava il grafico delle oscillazioni della stella di Barnard. Anche se giravano critiche, era sicuro delle numerose misurazioni fatte su 2700 fotografie. Che fortuna enzo, che hai partecipato a quella avventura, ci credo all’emozione! 😀
    Peccato che sia morto senza realizzare il suo sogno. Ricordo quelle pagine come molto affascinanti e pensavo al futuro, se un giorno ci sarebbero state conferme, se avremmo trovato altri pianeti… Oggi ecco che ne scopriamo e questo è proprio un pianetone in orbita attorno ad una nana rossa, scoperto col metodo delle oscillazioni. Sicuramente festeggierebbe.

  2. @n.b.,
    hai ragione carissimo. Ho trascorso una settimana a Sproul, a casa di Sarah Lippincott, l’allora direttore. E Pieter era veramente un signore, magari un po’ severo, ma di gran cuore. Mi ricordo una magnifica cena a casa sua…. Ma guai a chi diceva che i pianetoni non esistevano…. 😮

  3. la nostra vita è troppo breve! è veramente sconcertante che il professore non abbia potuto essere presente per gioire di questi risultati!

  4. questo articolo solleva due tipi di riflessioni, 🙄 🙄 da una parte ritengo impressionante come tutto sia talmente intimamente correlato da darci la possibilità di “vedere qualcosa di altrimenti invisibile” solo attraverso il comportamento dei “vicini”… e questo a pensarci bene ci ricorda come noi e tutto quel che conosciamo, siamo parte inscindibile di quel “tutto” che è esploso nel Big Bang.
    l’altra riflessione riguarda l’importanza dell’impegno profuso da ogni singolo per aumentare le nostre conoscenze con tutte le ricadute positive che questo comporta. E’ un impegno questo che non va MAI perduto, anche la morte, limite invalicabile del nostro essere, mentre cancella inesorabilmente ogni risultato legato a meschinità del tipo denaro, potere o anche semplice “vanità” ecc., lascia intonsa l’eredità di coloro che hanno percorso la strada della conoscenza CREDENDO con tutto il cuore in quello che facevano, anche a dispetto delle apparenze….. il contenuto di questo articolo ne è l’esempio eclatante!!! (poi spesso il destino delle grandi menti è quello di non vedere il risultato dei propri studi… proprio perchè “un po’ troppo avanti”…. mi viene in mente un certo monaco di nome Mendel il cui lavoro giacque abbandonato e incompreso per circa 40 anni prima di divenire il fondamento della moderna genetica!) 🙄

    sorrisoriflessivodomenicale 😀

  5. @tutti,
    in realtà Pieter aveva torto… Le variazioni da lui rivelate dipendevano dal fatto che era stata cambiata l’ottica del telescopio e questo aveva comportato delle piccole variazioni nella scala delle misure. Lui non aveva scoperto i pianetoni perchè in realtà era artefatti tecnici. Quello che era giusto era l’idea di poterli rilevare in quel modo… Comunque resta un grande per le altre cose importantissime che ha fatto… 🙂

  6. infatti, caro enzo, il mio commento voleva mettere in risalto come il lavoro svolto per migiorare le nostre conoscenze ci sopravviva, al di là di conferme e disconferme, che fanno parte integrante del cammino della SCIENZA !!! … nel caso specifico… sì è vero i pianetoni visti da Pieter non esistevano… ma il metodo era quello giusto!!!!!!!! NON è LA SCOPERTA DEL SINGOLO INDIVIDUO CHE CONTA ma la spinta che il suo lavoro imprime al corso della scienza!!!

    oppure mi sbaglio caro prof.??? 😉

    sorrisobuonadomenticaatoutlemonde 😀

  7. Un pò quello che è successo con Cristoforo Colombo, non scoprì l’ America ma un isola (S. Salavador) fu poi Amerigo Vespucci che scopri che oltre l’ isola c’era un vastissimo continente…. resta comunque il pensiero che il lavoro fatto da una singola persona, scoperta o supposizione che sia, se giusta, troverà conferma quando l’ uomo avrà la giusta tecnologia e conoscenza. L’avrebbero mai immaginato i fratelli wright nel 1903 che un giorno grazie ad una macchina volante gli uomini sarebbero arrivati sulla Luna?

  8. Condivido tutto ciò che hanno detto Paola e Mauro, la vita deve essere concepita come un continuum se vogliamo dargli un senso.
    Sia in grandi cose come quelle dei grandi scienziati sia nelle piccole cose di tutti i giorni, un continuum dove però il posto del denaro, del potere e di quella che spesso viè legata ad entrambi, appunto come dice Paola la “vanità”, deve essere un poiccolissimo e relegato angolino che li faccia sentire esclusi dalle grandi cose.
    Ora passo al raccontino sicuramente bello, caro Enzo.