Post Light Paradox

Questo vuole essere un racconto di fantascienza, anche se forse un po’ troppo lungo. Tuttavia, può essere piacevole per i “fans” del nostro sito. Non è, infatti, difficile riconoscere alcuni personaggi (occhio ai nomi…) ben noti a tutti noi. E poi che male c’è se cerchiamo di ridere un po’ sopra anche all’Universo! Lui non se ne avrà certo a male…

Erano arrivati già da migliaia di anni, ma dovevano seguire le dure leggi della fisica. Avevano viaggiato attraverso galassie gigantesche, superato il vuoto quasi assoluto, sfiorato buchi neri ingordi, evitato per un niente improvvisi scoppi di supernove, ma avevano resistito e proseguito senza tentennamenti. Poi, però, anche loro avevano dovuto subire il problema delle distanze tra i corpi celesti. Malgrado la capacità tecnologica raggiunta dalla loro razza, quello era un ostacolo invalicabile. Dovevano rassegnarsi e attendere. La velocità, per alta che fosse, non poteva contrastare la implacabile realtà del Cosmo. Tuttavia, il capitano Khevefreggh forse ce l’avrebbe fatta, anche se alla veneranda età di 1343 anni. Almeno così dicevano le sue simulazioni che ormai erano diventate una vera ossessione.

Vincent Digthere stava svolgendo il suo periodo osservativo presso il LIT (Lunar Interferometric Telescope), costruito sulla cresta più alta del cratere Copernico. Era un lavoro abbastanza noioso, di routine, svolto quasi totalmente dal super-computer molecolare K2A, talmente rapido da fornire i dati prima ancora di averli fisicamente ricevuti. Vincent doveva solo controllare se apparisse qualcosa di anomalo nel $campo$ profondo: eventualità praticamente impossibile. Ad esempio, quella macchiolina rossastra vicino a Regolo doveva essere sicuramente un disturbo dovuto a K2A. Ogni tanto si inventava letteralmente le immagini… Vincent preferiva di gran lunga il vecchio K1A, malgrado la sua lentezza ormai insostenibile. Attese, leggendo un libro di fantascienza, che il computer rimettesse a posto le sue previsioni spesso troppo azzardate. Il vecchio libro gli cadde a terra (anzi sulla Luna…) quando si accorse che non solo la macchia non era sparita, ma che, anzi, si era ingrandita. Questo a K2A non era mai successo: sbagliare era possibile, perseverare diabolicamente impossibile.

Khevefreggh aveva inquadrato da tempo quel piccolo corpo roccioso e aveva anche individuato la presenza di una vita biologica superiore. Sarebbe stato il primo contatto dopo migliaia di anni di attesa? Non osava nemmeno crederci. Eppure le simulazioni indicavano chiaramente il tempo dello sbarco: 21 dicembre 2212. Accidenti all’effetto PLP! Non vedeva l’ora di scendere, ma la maledetta fisica seguiva la sua legge insormontabile e l’attesa continuava implacabile. D’altra parte riuscire a superare di gran lunga la velocità della luce comportava quel piccolo, ma estenuante inconveniente.

Vincent vedeva ormai a occhio nudo quella macchia sempre più estesa. Sembrava addirittura qualcosa di artificiale adesso che i contorni erano nitidi e precisi. Non era sicuramente una nova o una qualsiasi altra variabile e nemmeno un asteroide vagabondo. Le prime triangolazioni effettuate col laser iper ionico molecolare avevano determinato senza alcun dubbio la distanza di quella “cosa”: 1200 km. Assurdo! Due minuti dopo erano diventati 200 km e infine l’astronave coprì metà del cielo. Stava allunando. Accidenti. Che cosa avrebbe detto o fatto? Lui era abituato a guardare immagini remote, a carpirne i segreti, ma non era certo tagliato per fare l’ambasciatore cosmico. Timido, leggermente balbuziente, amava ben poco i rapporti con i suoi simili. Figuriamoci con gli alieni.

Khevefreggh non stava più nella pelle (o in quello che era) e guardava con una tensione terribile quel bipede che stava ammirando la sua enorme nave nei pressi di ciò che doveva essere un osservatorio astronomico. Si era preparato da secoli per quella eventualità e, ora che era giunto il momento, tremava dalla paura e dall’emozione. Controllò per l’ennesima volta il suo traduttore cosmico, ripassò le frasi di circostanza e si guardò per l’ultima volta allo specchio. L’uniforme era in perfetto ordine. Si diresse verso la fessura di uscita, attendendo il leggero tonfo del $contatto$. Tra poco sarebbe sceso e avrebbe vissuto il momento più importante della sua razza. Si immaginò il sorriso del nonno del nonno del nonno di suo nonno. Lui era entrato per primo in quell’astronave e ora il suo pro-pro-pro nipote avrebbe avuto il privilegio di esaudire quel sogno così lontano nel tempo. Il buio dell’ombra lunare e il bianco dei picchi illuminati dal Sole lo avvolsero. Lui e l’amico alieno erano a pochi metri di distanza. Pochi metri, dopo miliardi di anni luce di strada percorsa.

Vincent aveva una bocca che sembrava il deserto del Sahara in un mezzogiorno di luglio. Tentò con qualche parola di cinese e di coreano (chissà poi perché?). Alla fine, si limitò a inchinarsi e fare cenni con le braccia. Indicò la Terra, qualche stella, il pianeta Giove e infine si mise a piangere: che figura stava facendo! Era l’attore principale del primo $contatto$ e stava rovinando tutto. E più si innervosiva e più i suoi gesti diventavano insensati e assurdi. Cadde in preda a una crisi nervosa intervallando i singhiozzi a risate parossistiche. Fortunatamente, in quel caos terribile, si fece uscire qualche bestemmia in inglese.

Khevefreggh rimase alquanto stupito dalla reazione dell’alieno. Si aspettava ben altra cerimonia. L’aveva sognata per secoli e secoli e, nel suo inconscio, sperò che forse era meglio che il nonno del nonno del nonno di suo nonno non vedesse quello che stava capitando. Attese con pazienza che la sceneggiata di quel bipede prendesse una direzione comprensibile, ma cominciò a temere che tutte quelle migliaia di anni di viaggio fossero stati buttati al vento (stellare, ovviamente…). Le ultime frasi mozzicate, però, misero in funzione il suo traduttore che riuscì a decifrare la lingua: la luce che avvertiva condizioni accettabili di utilizzo si accese. Khevefreggh poteva finalmente parlare, anche se in uno stentato inglese con un chiaro accento coreano e inflessioni dialettali mandarine. Da come l’alieno si bloccò improvvisamente, il vecchio capitano intuì che quel bipede stava forse comprendendo qualcosa. Meno male!

Quel “coso” arrivato dallo spazio parlava inglese! Vincent ebbe una specie di scossa elettrica che lo riportò con i piedi per terra (anzi, sulla Luna). Rimase impietrito e questo fu un bene. Il suo silenzio e la sua immobilità permisero all’alieno di parlare e a lui di sentire. “Salve essere pensante” quell’ultima parola lo fece quasi sorridere, ma il traduttore seguiva le ferree regole della buona creanza cosmica. “Giungo, con il mio equipaggio, dalla tredicesima galassia del gruppo locale VattLhaPesk, situata nella seconda traversa a destra del filamento gassoso che congiunge l’ammasso di Pinkh-Oh-Smalball con quello di Semphronyok, che tu sicuramente conoscerai lavorando in quello che sembra un rudimentale osservatorio astronomico. Come puoi immaginare la grande distanza ci ha molto facilitato, ma l’effetto PLP ha creato i soliti problemi. Le brevi distanze sono il vero incubo dei viaggi spaziali”.

Digthere passò da un silenzio tombale dovuto all’emozione e allo shock a un altro ancora più profondo: non riusciva a capire cosa stesse dicendo quell’alieno. In fondo lui era pur sempre un astronomo e quell’ultima asserzione gli sembrava una vera idiozia. “Le brevi distanze sono un vero incubo per i viaggi spaziali”. Com’era possibile che un essere così intelligente e tecnologicamente avanzato, da aver probabilmente affrontato un viaggio di milioni e milioni di anni luce, affermasse esattamente il contrario di quanto la fisica elementare diceva con estrema chiarezza: “Più le distanze sono grandi e più è difficile superarle”. Lo sapeva perfino un bambino. La saliva era sempre azzerata e cercò di rispondere con mezze frasi e con esempi manuali. Prese una pietra e la fece cadere per terra. Poi bofonchiò: “Newton, gravità, velocità della luce, Einstein, spazio-tempo, espansione Universo, distanze invalicabili, porca miseria!”.

Le ultime due parole non vennero comprese dal traduttore, ma le altre sicuramente sì. Il capitano capì perfettamente chi aveva di fronte e si sentì sprofondare il terreno (anzi, il lun…eno) da sotto i piedi (o quello che erano). Migliaia di anni di viaggio per trovarsi di fronte a un esempio di intelligenza iper-arcaica di primo livello, quasi ridicola. In cuor suo (o quel che era) maledisse il nonno del nonno del nonno di suo nonno e si chiese perché non si fosse dato all’ippica invece di inventare i suoi motori fotonici. Ormai però era arrivato e valeva la pena cercare, almeno, di spiegare a quel ridicolo personaggio che aveva di fronte quale fosse la vera fisica che dominava il Cosmo e come si dovesse agire per superare le ridicole distanze galattiche. Sapeva che quel bipede avrebbe compreso ben poco, ma sentiva il dovere di farlo. Almeno il nipote del nipote del nipote di suo nipote, al ritorno in Patria, avrebbe potuto dire che il nonno del nonno del nonno di suo nonno aveva provato.

Khevefreggh semplificò di molto la spiegazione. Il traduttore fece del suo meglio per usare parole comprensibili, adatte a quell’essere primitivo. “Tu dovresti sapere cos’è un fotone – almeno questo! – e dovresti sapere che viaggia alla misera velocità della luce, ossia è praticamente fermo. Questo, ovviamente capita quando è in condizione di quiete. Tuttavia, basta poco per farlo “eccitare”. Il modo migliore e più facile per ottenere ciò è mostragli la sua controparte, l’anti-fotone o come voi potreste chiamarlo. Penso che la migliore traduzione sia “fotona”. Le sue forme elettromagnetiche prosperose e la sua avvenenza “fisica” stimolano i ricettori del fotone e lo mettono in fibrillazione energetica. Si lancia immediatamente alla caccia della fotona e per cercare di giungere prima dei suoi amici-concorrenti supera agevolmente la velocità di quiete, ossia quella della luce. In un attimo avviene l’incontro e ciò che capita va al di là della tua comprensione. Spesso si producono altri fotoni e/o “fotone” che in breve saranno in grado di agire nello stesso modo. Le “fotone” non sono generalmente visibili, ma un po’ di sana e avanzata tecnologia di selezione micro-nucleare riesce a metterle in evidenza.

Per il nonno del nonno del nonno di mio nonno fu, sfortunatamente per me, banale passare a un’applicazione pratica per i viaggi spaziali. Bastava portare i fotoni a un’eccitazione controllata. Farli agire al meglio delle loro forze e poi controllarli nella fase finale, prima dell’incontro. I fotoni costano ben poco nella nostra galassia e bastava farne una bella scorta e inserirla all’interno di quello che voi chiamereste motore. Costringerli a guardare soltanto in direzione di un gruppo numeroso e disponibile di “fotone”, in prossimità dell’oggetto celeste da raggiungere, e il gioco era fatto. Si sarebbero lanciati a velocità mostruosa verso il loro obiettivo, portando con sé l’astronave.

Il vero problema era quello di fermarli al momento giusto senza permettergli di dare sfogo ai loro “istinti elettromagnetici”. Per far ciò, bisognava agire per tempo, cambiando improvvisamente l’aspetto del bersaglio. La visione delle “fotone” veniva cambiato in quella delle “ciofetone”, particelle simili alle “fotone”, ma assai meno attraenti per i fotoni. Anzi, esse inducono una forza repulsiva nei fotoni che cercano di fermarsi e di rallentare più che possono. Questo fatto comporta, ovviamente, una lentezza tragica durante la fase di avvicinamento. In pochi giorni o mesi (o come preferite chiamarli voi) si giunge vicinissimi all’$obiettivo$, ma poi bisogna aspettare una vita (anzi più di una) per toccare la meta. Senza contare che tenere a bada dei fotoni eccitati e poi delusi non è facile.

Insomma, per concludere, mentre è facilissimo viaggiare a velocità estremamente superiori a quella della luce e superare una galassia dietro l’altra, è tragicamente lungo, noioso ed estenuante percorrere l’ultimo tratto, con i fotoni ormai “scaricati”. Noi abbiamo dovuto inserire il blocco eccitativo nei pressi di quel serbatoio fastidioso di corpi ghiacciati che fa da pseudo-scudo al vostro sistema planetario. Tuttavia, facendo la media tra la parte di viaggio “eccitato” e quello “repulsivo”, il sistema resta sicuramente positivo e utilissimo. Era la soluzione migliore che si potesse scegliere”. Sottovoce, Khevefreggh aggiunse: “ insieme, magari, a chi incontrare!”. Poi riprese a voce alta: “Ti risulterà ben chiaro che il vero problema dei viaggi spaziali non è quindi la distanza tra gli oggetti celesti, facilmente superabile, ma la parte finale, quella delle brevi distanze, che diventa un vero incubo. Il passaggio a questa fase repulsiva dei fotoni viene chiamato effetto PLP, Post Light Paradox, anche se più che un paradosso è una conseguenza dell’aver eccitato i fotoni e aver superato agevolmente la velocità della luce. Insomma, per concludere, più le distanze sono grandi è più è facile superarle. I problemi nascono su distanze brevi e, più sono brevi, più è faticoso superarle. Nel vostro modo di pensare, potrei dire che la facilità di incontrasi è direttamente proporzionale alla distanza. Capito il concetto?” .

Khevefreggh era tutto sudato (o qualcosa che poteva assomigliare alla sudorazione) e si sentì stanco e deluso. Avrebbe capito qualcosa quel misero bipede? Difficile. Ma non poteva fare altro. Accidenti, possibile che ci fossero così poche razze intelligenti nello Spazio? Eppure era proprio così. Anche se le distanze non erano un problema, il vero problema era l’effetto PLP e la difficoltà di trovare una vera “intelligenza”. Pazienza. L’importante era adesso andarsene. Non valeva certo la pena giungere fino alla Terra. Non solo la popolazione sarebbe stata simile a quel “fenomeno” che aveva davanti (o magari anche peggio), ma il viaggio terribilmente lungo, data l’estrema vicinanza del pianeta. Meglio tornarsene a casa.

Non salutò nemmeno l’essere alieno. Maledisse nuovamente il nonno del nonno del nonno di suo nonno e impartì pochi ordini. Per calmare un po’ i nervi mise agli arresti almeno la metà dell’equipaggio. Poi andò personalmente in sala macchina e inserì la visione ravvicinata delle bellissime “fotone” del loro mondo così lontano e così vicino. L’eccitazione dei fotoni gli sollevò il morale. In un attimo furono fuori dal Sistema Solare e ai bordi di quella stupida e inutile galassia. L’effetto PLP e la sua terribile lentezza sarebbe stato un problema del nipote del nipote del nipote di suo nipote…

Vincent era frastornato e inebetito. Qualcosa era riuscito a capire o almeno così pensava, ma era troppo assurdo per essere vero. Gli sembrò quasi di vedere i sassi che si alzavano verso l’alto andando contro alla vecchia e obsoleta forza di gravità. Guardando i picchi illuminati dal Sole gli pareva di scorgere nitidamente i fotoni che correvano dietro a sfavillanti “fotone”, mentre tristi e serie “ciofetone” guardavano con disprezzo la scena quasi orgiastica. Poi si sentì svenire e cadde a terra (anzi sulla Luna). Si svegliò pochi minuti dopo, convinto di avere avuto un incubo. Ah… questa malsana aria artificiale lunare! E dicevano di averla resa respirabile… Tutte storie!

Chissà se K2A aveva già corretto il suo errore? Sì, sì, tutto a posto. Quella stupida macchiolina rossastra era ovviamente scomparsa. Poteva ricominciare il suo monotono lavoro. Accidenti, mai che capitasse qualcosa di nuovo e di emozionante su quel livido e noioso satellite. Meno male che tra pochi giorni gli avrebbero dato il cambio e sarebbe potuto tornare sulla Terra. Non che gli desse un grande piacere, dato che non era facile all’eccitazione, ma qualche amico l’aveva anche lui, per poter chiacchierare un po’ e fantasticare sui misteri dell’Universo.

Una settimana dopo era a cena dal suo collega e carissimo amico Peter L. Creamherald. Come al solito lui stava parlando delle sue simulazioni e pontificava sui problemi insoluti e insolubili del Cosmo. “Niente da fare, caro Vincent, il vero problema è quello delle distanze. Nessuno sembra rendersi conto di quanto siano enormi e di conseguenza invalicabili anche per la nostra ultra progredita fisica e tecnologia. Peccato. Sarebbe così bello poter incontrare dei nostri simili. Al diavolo la velocità della luce e le dimensioni mostruose del Cosmo!”.

Non sapendo assolutamente il perché, Vincent scoppiò in una risata sonorissima e guardò Peter quasi con compassione. Poi riprese a mangiare e ad assentire sogghignando.

Piccolo vocabolario:
to dig = zappare
there =
cream = panna
herald = araldo, nunzio

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17 Commenti

  1. Bravo Vincent!!! Hai mica qualche fotona da presentarmi? Vorrei fare un giro nel cosmo….
    Extraterrestre, portami via…. Voglio una terra che sia tutta mia…..

  2. :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:
    non appena ho letto il titolo dalla home page (e senza aver letto l’introduzione) ho pensato “toh, Enzo il Magnifico mi sta dedicando un articolo”: lo confesso, sono un enigmista un po’ folle e la prima cosa che faccio è leggere le iniziali o anche leggere le parole al rovescio (ti ricorda niente?)…
    Poi leggendo il racconto mi sono rotolato dalle risate 😆 prima per l’effetto PLP (che in un punto è diventato LPL, ma non fa niente! è un effetto collaterale…) e poi per le povere ciofetone… 😆 😆
    Caro il mio Winner (eheheheh ti era sfuggito?) hai fatto ancora centro!! 😉

    PS magari fra un po’ ci arrivo, ma ancora non ho capito “Khevefreggh” a chi si riferisce, come pure K2A… 😯

    PPS nel caso servisse…
    Piccolo vocabolario
    to win = vincere
    winner = colui che vince… 😉

  3. caro PLP, accidenti hai beccato un errore (il LPL è il Lunar and Planetary laboratory… speriamo non lo vengano a sapere…).
    —Stefano correggi se puoi!!!!!!—

    Riguardo a Winner, mi sembrava un po’ troppo… Per gli altri nomi sono andato del tutto a caso…lo scopo era un altro: l’incubo delle distanze enormi!!!!

    Ciao carissimo e a presto (occhio alle ciofetone che una volta attaccate non ti mollano più…)

    😉 😉 😉

  4. caro Winner..
    tranquillo… che qua è tutto buio: non ci sono né fotone né ciofetone appiccicaticce!!! 😆 😆 😆 😆 😆 😆 😆

  5. esattamente peppe…
    come dire: “il mio nome è una fatto mio e me lo tengo!”. Non si riferiva a nessuno in particolare: mai avrei voluto mischiare il nostro creamherald con un qualsiasi alieno di passaggio… :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

  6. Mitico Enzo,il tuo racconto fantascientifico mi è piaciuto tanto,ma a parte le super distanze,secondo voi possono esistere altri esseri umani nell’universo?
    mi piacerebbe tanto sapere la vostra opinione.
    Secondo Paul Davis,e persino la nostra reverenda Margherita Huck la chimica del carbonio di cui noi siamo fatti e identica in ogni galassia del nostro universo visibile,quindi in linea teorica citazione di Paul Davies (qualsiasi effetto anchè minimo in un universo destinato ad espandersi per sempre dovrebbe ripetersi e ripetersi infinite volte).
    Ritornando alla preoccupazione che assillava Pikadilly sulla nostra sopravvivenza,potremo almeno sperare che una razza umana a qualsiasi galassia appartenga possa sopravvivere?
    Ciao a tutti :mrgreen:

  7. caro Raffaele,
    io sono sulla stessa linea di Margherita (Hack). Dovunque guardiamo vediamo che il ciclo del carbonio domina e quindi dovremmo aspettarci che la vita segua dovunque quella terrestre, tranne ovviamente variazioni dovute alla gravità, atmosfera, distanza dalla stella, abbondanza di acqua, e via dicendo, di tipo locale. Purtroppo, il discorso leggermente pessimistico che facevo io vale quindi dappertutto: una civiltà non può durare più di un certo tempo ed è difficile che la razza seguente mantenga ricordi di quella precedente (quando parlo di razze diverse intendo proprio differenze simili a quelle che esistono tra le scimnmie e noi o anche di più). Ne consegue che io credo fermamente che esistano molte altre civiltà nella nostra galassia (e non solo), ma che forse nessuna può essere riuscita o riuscirà ad avere contatti con altri nel tempo che ha a disposizione. Quella dopo, più evoluta (?, ma non è detto), potrebbe nemmeno accorgersi della nostra o non riuscire a capirla o avere altri interessi che non quelli di avere contatti nello spazio, ma magari solo nell’infinitamente piccolo, o nello spirito, o nello studio del cervello, o che ne so io…
    Ovviamente sono solo idee personali. Di sicuro potrei dirti: sì, esistono quasi sicuramente moltre altre civiltà nell’Universo!

  8. Spettabile Enzo come sempre grazie delle tue esaurienti risposte,anchè noi come civiltà abbiamo il tempo contato non ricordo dove lo letto ma ogni mi pare 50.000 anni la terra viene sconvolta dalla caduta di un enorme meteorite,o da altri eventi come i brillamenti solari oppure da una inversione dei poli magnetici terrestri che annullano la protezione magnetica del pianeta e i raggi solari hanno campo libero.
    Ma mi chiedo a causa dell’espansione dell’universo,non dovrebbero allargarsi anche il tempo di sopravvivenza di una civiltà? Cioè in universo più largo non dovrebbero tendere a zero le collisioni almeno con oggetti celesti di altri sistemi solari? Considerando anche che la materia si consuma,l’unico pericolo che abbiamo e la fascia asteroidale di Giove-Saturno,e raramente alcune comete? 😯

  9. caro Raffaele,
    non è solo questione di impatti con asteroidi e comete, che comunque hanno tempi scala ben maggiori dei 50000 anni di cui parli. L’asteroide che sconvolse i dinosauri risale a 65 milioni di anni fa e si stima che impattino la terra ogni cento milioni di anni. Solo quelli (o poco più piccoli) potrebbero distruggere una civiltà. Vi sono altri fattori più rapidi: guerre, mancanza energetica, epidemie, cambiamenti geologici, cambiamenti climatici (veri), ecc., ecc.
    In ogni modo, l’espansione non aiuta. Noi non siamo colpiti da oggetti provenienti dall’esterno del sistema Solare, ma da quelli che continueranno ad esistere: asteroidi e comete. La loro disgregazione è molto lenta e forse più lunga della vita del Sole. Ci sarà sempre un serbatoio ben colmo di impattori…

  10. Bellissimo racconto come sempre Enzo. Ciò che mi fa’ pensare è proprio quella mancanza di interesse che potrebbero avere altre civiltà verso la nostra, anzi verso noi , perchè non sappiamo, a mio parere, cosa voglia dire veramente civiltà, esseri civili, ed anche, perchè no, esseri intelligenti.
    Questo mi fa’ pensare il tuo racconto, non se esisitono o no gli alieni :personalmente sono convinto di sì e con tutte le variabili ambientali del caso. Giusto pensare alla durata di una civiltà, ma frà tante qualcuna ci sarà che dura di più, ed è qui che scatta poi la mancanza di interesse a comunicare, la mancanza di interesse a questo bipede.
    Ma prendiamola con filosofia e calma. Godiamoci lo spettacolo dell’Universo e poi si vedrà.

  11. forse non esiste neanche una civiltà nell’Universo e noi ne siamo la testimonianza sigh! :mrgreen:

  12. @Beppe
    cerchiamo di migliorare la nostra civiltà soprattutto se è l’unica..invece si tende all’autodistruzione

  13. @peppe: Se certi politici rappresentassero la media della razza umana, lo schiaccerei io il pulsante dell’autodistruzione…. Non sarebbe omicidio ma apoptosi…. 👿
    Comunque, se fossimo l’unica civiltà, sarei pronto a partire….
    Khevefreggh, vai di fotona!! 😆

  14. Enzo, è magnifico!!! 😎
    Vorrei però spezzare una lancia a favore delle ciofetone, poverine 🙂 🙂 😀