Ultimamente si parla parecchio della conquista di Marte e delle missioni necessarie perché si possa arrivare a quanto la Fantascienza indica come un passo naturale e semplice, come prendere la propria macchina e andare in giro.
Inviare astronauti sul pianeta rosso deve essere preceduto da una serie di missioni che preparino il campo e le attrezzature assolutamente necessarie alla sopravvivenza degli audaci astronauti, visto l’ambiente ostile che li aspetta.
Recentemente su SkyatNightMagazine della BBC è apparso un lungo ma interessante articolo sull’argomento: penso di tradurlo (come sempre in modo ragionato e non artificiale, con i miei commenti in corsivo) creando un paio di articoli, visto che l’argomento è davvero vasto: sarebbe simpatico sentire le varie opinioni di voi lettori, sfruttando il nostro Forum.
Lascio dunque la parola a Jamie Carter, che già conosciamo: un articolo molto lungo richiede un titolo molto lungo!
Portiamo gli astronauti su Marte: bene! Ma dopo? Ecco quello che faremo in realtà sul pianeta rosso e perché la missione potrebbe risolvere il più grande mistero della Scienza
Sopravvivere.
Sarà la priorità quotidiana per gli astronauti su Marte (traduco sempre così il termine usato dall’autore, “human”) : ogni giorno (che si chiama sol su Marte) dovranno controllare i sistemi di supporto vitali, monitorare le proprie condizioni fisiche e valutare la salute mentale. Solo dopo queste importantissime verifiche, il lavoro quotidiano potrà finalmente cominciare.
Vediamo dunque quello che gli astronauti dovranno fare veramente su Marte – se mai ci andremo.
E qui intervengo subito: non appena ho iniziato a leggere l’articolo, mi si sono subito risvegliate le sensazioni personali sull’argomento.
Con tutta la mia fiducia nella tecnologia e l’ottimismo di appassionato di Astronomia e Astronautica (grazie a decine di film e serie TV di Fantascienza) secondo me sarà però molto difficile che l’uomo sbarchi su Marte, se non dopo un lunghissimo periodo di formazione ottenibile magari sfruttando quell’altro ambiente ostile che è la Luna, che a differenza di Marte si trova qui dietro l’angolo.
Ma procediamo con ordine…
Perché Marte è così pericoloso
Vivere e lavorare su Marte significherà uscire in uno degli ambienti più ostili mai affrontati dall’uomo (qui e nel prosieguo ovviamente si intende “uomo” come “umanità”, dato che molti astronauti saranno donne) . Grazie a tute pressurizzate, l’equipaggio procederà su una superficie dove la pressione è solo lo 0.6% di quella sulla Terra, dove la radiazione è sempre presente e polvere finissima si attacca dappertutto (come succede sulla Luna).
Lo scopo delle attività sarà fare perforazioni e raccogliere campioni, ma anche lo stesso “camminare” sembrerà poco familiare: con la gravità di Marte pari al 38% di quella sulla Terra, il movimento dovrà essere un saltello controllato (come sulla Luna) piuttosto che una successione di passi a cui siamo abituati da quando iniziamo a camminare…
Pensate all’errore enorme che si vede in quei film di Fantascienza dove gli astronauti camminano tranquillamente, sia dentro alle installazioni che sulla superficie.
Evidentemente i primi passi di Armstrong, Aldrin e di tutti gli altri astronauti delle missioni Apollo, non hanno insegnato niente agli scrittori, che all’epoca magari non erano nemmeno nati…
Dopo le mattine interamente dedicate alla sopravvivenza, i pomeriggi verranno sfruttati per l’acquisizione di campioni e poi per la successiva analisi, all’interno di appositi laboratori.
Le serate saranno infine dedicate alla manutenzione: pulizia della polvere dalle chiusure ermetiche e dalla strumentazione, riparazione di componenti indossati, preparazione per il sol successivo.
Stemperiamo questa visione non proprio allettante della routine quotidiana, con una divertente nota di colore linguistica: il termine usato dall’autore per le chiusure ermetiche è “seals”, da “seal” sigillo.
Attenzione! a causa della schematicità e pochezza, tipica della lingua inglese e che nei miei articoli vado sempre a sottolineare, il termine “seal” significa anche “foca“.
Davvero incredibile…
Ma ve l’immaginate la scena con le povere foche spiaggiate, ricoperte di polvere marziana?!
Per i primi umani su Marte perciò la vita sarà molto ripetitiva, senza sosta, ma sarà molto gratificante dal punto di vista scientifico.

Scopo della missione: trovare la vita
Come punto centrale di ogni missione su Marte c’è la domanda: è mai esistita lì la vita? Questa domanda ha fornito lo spunto per un nuovo rapporto da parte delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine, degli USA.
Lindy Elkins-Tanton, scienziata planetaria e co-leader del comitato denominato Committee on a Science Strategy for the Human Exploration of Mars, afferma che “è una domanda vecchia di millenni: siamo soli nell’Universo? È questo il nostro primo obiettivo su Marte”.
Gli scienziati mirano a ricostruire la storia dell’ambiente marziano, studiando i suoi cicli dell’acqua e del biossido di carbonio (detto anche anidride carbonica) mappando la sua geologia e identificando gli ambienti dove in passato possa essere attecchita la vita, ad esempio in antichi letti di fiumi e laghi o regioni vulcaniche. Tutto sembra indicare che anticamente l’acqua fluisse su Marte. Questa immagine del rover Perseverance della NASA

mostra la collina denominata “Pinestand”, che presenta strati di sedimentazioni che potrebbero essere stati causati da un fiume vorticoso.
I ricercatori studieranno anche come l’ambiente influirà sugli astronauti ed in particolare sulla loro salute fisica e mentale.
Prima di tutto ci sono i rischi dovuti alla radiazione, alla polvere tossica e ai cambiamenti che si verificheranno negli habitat chiusi, in cui dovranno soprav-vivere.
Ogni missione inoltre dovrebbe investigare come utilizzare Marte stesso come risorsa. Studiando i materiali locali, quali il ghiaccio d’acqua e i gas atmosferici, verranno testate tecnologie per produrre carburante, aria e acqua direttamente in loco.
Gli astronauti dovranno imparare a conoscere e convivere con vari pericoli sempre in agguato, quali le tempeste di polvere

che possono ricoprire l’intero pianeta per mesi.
Ma la ricerca se la vita sia mai esistita su Marte rimarrà sempre il compito principale, ad alta priorità. Questa ricerca non sarà su organismi visibili, ma sulle cosiddette biosignature, sottili tracce chimiche e strutturali presenti all’interno di rocce.
Si pensa infatti che Marte mantenga una sorta di registrazione del suo passato più umido, specialmente nei depositi sedimentari e nel ghiaccio sotto alla superficie. Gli astronauti trapaneranno questi materiali, effettuando carotaggi analizzati poi alla ricerca di molecole organiche (ricordo che con questo termine si intendono composti chimici del carbonio) e strutture minerali che possano suggerire un’attività biologica.
Fondamentalmente trapaneranno più in profondità rispetto ai rover, arrivando a 5km di profondità.
Il futuro di questi campioni è altrettanto importante: dovranno essere inviati alla Terra, dove potranno essere esaminati da laboratori molto più sofisticati.
Elkins-Tanton aggiunge : “non sarebbe stupendo se una persona mandata laggiù trovasse un fossile?
Ma questo è un pensiero assurdo e una pia illusione.
Questo fossile dovrà essere inviato sulla Terra per essere osservato, discusso e misurato sotto tutti i punti di vista: è questo l’unico modo di trovare una risposta”.
Appuntamento alla seconda parte dell’articolo dove parlerò dell’altro grande problema di questo tipo di missione: il viaggio.
L’immagine in evidenza, quella che accompagna l’articolo nella Home Page del nostro sito, è stata realizzata dal nostro amico robortu, a gennaio del 2025, per mezzo del suo Celestron 114/910 Newton, da Cabras in Sardegna.

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