Intervista ad Alberto Conti

Quando scaricate gratuitamente le belle immagini dell’Hubble Space Telecope dal sito Google, sapete che l’idea è venuta ad un astrofisico italiano che circa due anni fa l’ha sottoposta a Google e che si è poi concretizzata in Google Sky?

Alberto Conti

Questo mese, per conoscere l’astrofisico italiano Alberto Conti, i suoi studi e le sue iniziative audaci, ci spostiamo oltre oceano, presso il prestigioso centro dello Space Telecope Science Institute (STScI) di Baltimora, centro di controllo dal 1990 del telescopio Spaziale Hubble. Collegandosi a questo indirizzo troviamo la sua biografia scientifica: laureato in Fisica presso l’Università di Trieste, ha lavorato per un paio d’anni presso International School for Advanced Studies (Sissa) con sede sempre a Trieste. Nel 2000 consegue il dottorato di ricerca presso l’Ohio State University e continua i suoi studi presso il Dipartimento di Astronomia e di Fisica dell’Università di Pittsburgh. Nel 2003 raggiunge lo Space Telescope Science Institute, dove lavora tuttora.

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L’intervista

Da Trieste a Baltimora. Lo studio delle galassie binarie, affrontato, fin dall’inizio della sua carriera, nel lavoro della sua tesi di laurea, l’ha portata a specializzarsi in diversi stati d’America. Vuole parlarci dell’importanza di questa tipologia di galassie e quali mezzi, come per esempio calcolatori e satelliti, sono stati adoperati nelle indagini scientifiche?

Sin dai primi sviluppi della cosmologia moderna, la comunità scientifica ha evidenziato il ruolo chiave che ricopre la distribuzione a grande scala della materia in galassie ed ammassi di galassie. All’epoca della mia tesi di laurea, la disponibilità di redshifts (distanze) per un ampio (all’$epoca$) campione di galassie, aveva contribuito significativamente ad incrementare le nostre conoscenze sulla struttura a grande scala dell’universo: la materia oscura era già stata scoperta, però eravamo ancora tutti ignari del ruolo della “dark energy” nel nostro universo. Tuttavia, l’immagine di una distribuzione gerarchica delle strutture osservate è ancora valida oggigiorno. Le galassie non si distribuiscono in modo casuale ma tendono a raggrupparsi in ammassi che a loro volta danno vita a strutture più ampie (i super-ammassi) su scale dell’ordine di parecchie
decine di milioni di anni luce.

Il mio interesse era quello di utilizzare un campione piuttosto ristretto di coppie di galassie per capirne i meccanismi fondamentali di formazione. Lo scopo principale della ricerca era infatti quello di sviluppare un modello che potesse descrivere la dinamica reale del campione di coppie analizzate e, sulla base di questo modello, ricavare alcune proprietà fondamentali delle coppie come le loro masse ed i rapporti massa/luminosità, la differenza di velocità tra i singoli membri della coppia, la loro separazione angolare e reale, ecc.

Il campione di galassie utilizzato proveniva dal campione piú completo disponibile agli inizi degli anni novanta che era quello dei ricercatori del Center for Astrophysics di Harvard, Geller e Huchra, con i quali il mio correlatore aveva collaborato.

All’$epoca$ ho iniziato a fare i primi passi nella programmazione scientifica, imparando il Fortran e scrivendo dei codici su elaboratori le cui prestazioni sono comparabili a quelle del mio iPhone oggi! Sono andato a scovare un vecchio floppy che conteneva i miei codici e devo dire che li ho guardati con un po’ di nostalgia, ma tanto orrore per come avrei potuto far meglio con il senno di poi. I modelli da me sviluppati e la susseguente comparazione con i dati osservativi, avevano riconfermato il ruolo dominante della $materia oscura$ nella dinamica delle coppie di galassie: anche le coppie di galassie possiedono estesi aloni di $materia oscura$.

Attualmente lei lavora presso lo Space Telescope Science Institute, proprio dove si controlla il $Telescopio$ Spaziale. Ci può illustrare qui di cosa si occupa esattamente ed a quali progetti collabora, nonché le opportunità che è riuscito a cogliere e sviluppare?

Allo Space Telescope Science Institute (STScI) faccio parte della Community Mission Office (CMO). STScI è globalmente diviso in 3 grandi missioni: Hubble, lo James Webb Space Telescope (JWST) che sarà lanciato nel 2013 e di cui STScI sarà, come fu per Hubble. Il centro di controllo, ed il “resto”. CMO si occupa di tutto il resto, ovvero: l’archivio ottico ed ultravioletto della NASA (MAST con le sue 15 missioni), la missione Kepler per la scoperta di pianeti di tipo terrestre, le proposte per nuove missioni come i telescopi spaziali che saranno i successori di JWST, ma anche quelli di scala minore che si concentreranno sullo studio dell’ernergia oscura (dark energy), le proposte di missioni di astrobiologia, i rapporti con l’industria sia spaziale che commerciale e quelli, importantissimo, con la comunità astronomica statunitense ed internazionale. STScI è bene sottolinearlo, sviluppa software per la calibrazione dei dati Hubble per la comunita’ astronomica ed è una delle arterie principali per lo sviluppo di software astronomico nel mondo.

Questo lavoro, che io svolgo dal 2006, è estremamente remunerativo dal punto di vista intellettuale, e mi ha permesso di spaziare molto nell’ambito dei miei interessi professionali. In particolare, io ero arrivato a STScI come responsabile di una delle missioni dell’archivio (GALEX – passata tra parentesi da italiano ad italiano: il responsabile precedente era Antonio Volpicelli, ora all’osservatorio di Torino). Sono poi diventato responsabile del gruppo di 22 sviluppatori che lavora sul software di calibrazione di Hubble, e poi responsabile del reparto di ingegneria della missione Hubble, prima di passare a CMO.

Una volta in CMO, il mio primo progetto è stato quello di sviluppare i rapporti, che sono ancora agli inizi, con l’industria non di tipo spaziale. E’ stato così che ho concepito il concetto di GoogleSky come mezzo per la divulgare di informazioni scientifiche sull’astronomia.

Probabilmente, in Italia non tutti sanno che tra gli ideatori e sviluppatori di GoogleSky (http://earth.google.com/sky/skyedu.html) c’è lei! Sono convinta che ai nostri affezionati lettori e lettrici interessi saperne di più: come è nata questa idea e qual è stato il suo iter affinché tutti la potessero utilizzare?

L’idea di usare la tecnologia di Google per presentare contenuti astronomici non è nuova. Dopo la presentazione di Google Earth numerosi astronomi pensarono alle possibilità applicative di questo strumento. Alla fine del 2006 alcuni di noi perteciparono a una conferenza (ADASS) a Madrid. Fu proprio qui che vidi per la prima volta Google Earth in azione, e mi ossessionò a tal punto che decisi di esplorarne le possibilità offerte e valutare se dati puramente astronomici potessero essere integrati in Google Earth per qualcosa che io allora soprannominai “GoogleSky”.

Tornato a Baltimora, scrissi a Google Inc. per valutare il loro interesse nel progetto. Mi misi in contatto con amici che lavoravano a Google e, pochi giorni dopo, Brian McClendon (uno dei fondatori di Keyhole, la compagnia aquistata da Google poi diventata Google Earth) mi chiamò e mi informò che Google aveva preso in seria considerazione una collaborazione con “la casa di Hubble” . Sono state infatti principalmente le immagini di Hubble, ed il fatto che Hubble e’ riconosciuto a livello mondiale come uno strumento di scienza, ad aprire le porte per la collaborazione di circa due anni che ha poi dato vita a GoogleSky. Il risultato del nostro lavoro e’ stato poi reso pubblico con l’uscita il 22 Agosto, 2007 della prima versione di GoogleSky.

Ancora una cosa: spesso si parla della fuga dei cervelli italiani all’estero, lei appartiene a questa categoria? Pensa che se fosse rimasto in patria avrebbe potuto sviluppare quello che finora ha realizzato?

Innanzitutto non mi considero un cervello. Inoltre, vedo la “fuga dei cervelli” come un problema assolutamente secondario. Se il nostro paese avesse un atteggiamento serio riguardo alla ricerca, i vertici o quanto meno coloro che controllano la ripartizione dei fondi ai vari enti, avrebbero nel loro interesse di assumere i migliori ricercatori al mondo per attrarre nuovi fondi e potenziare campi di ricerca dove l’Italia e’ all’avanguardia. I migliori ricercatori al mondo non sono tutti italiani, e la fuga di cervelli forza un sistema gia’ allo sbando ad assumere ricercatori italiani in quanto tali, indipendentemente dalle loro capacita’: un errore strategico.

La mia scelta di venire negli Stati Uniti è stata una scelta sia professionale che forzata. Mi spiego. Professionalmente in Italia il futuro per un astronomo non è mai stato roseo. Attualmente la situazione è ancora peggiore: enti commissariati, fondi scarsi per la ricerca di base, un sistema borbonico di promozioni, salari non competitivi… insomma non esattamente l’atmosfera ideale per coloro come me che amano la scienza. Allora si è costretti ad emigrare. Io ebbi la fortuna di trovare un professore interessato alla mia ricerca (Keith Ashman) che mi insegnò veramente a fare ricerca in modo serio, contrariamente al mio correlatore di tesi di laurea.

Oggi mi e’ concesso di materializzare molte delle idee che avevo ed ho, in un sistema che premia ed incoraggia initiative nuove. Quando arrivai allo Space Telescope Science Intitute nel 2003 come scienziato dell’archivio dati, non avrei mai immaginato che sarei stato il leader di un dipatimento di 21 persone tra scienziati e sviluppatori di software, ne’ l’ingegnere capo di Hubble, ne’ tanto meno vicedirettore del dipartimento di innovazione e rapporti con la comunita’ astronomica (il mio lavoro attuale – http://cmo.stsci.edu)

Per coloro che vogliono fare astronomia in Italia, il consiglio è quello di non mollare mai. L’italia non ha niente da invidiare a nessuno, è il sistema che va cambiato e modernizzato.