Il cuore magnetico di Mercurio stava già battendo 3.8 miliardi di anni fa

Proprio l’ultimo giorno di Aprile del 2015, la sonda Messenger della NASA ha completato le sue operazioni schiantandosi sulla superficie di Mercurio. La sonda ha rivelato che il nucleo di ferro del pianeta ha generato un campo magnetico per gli ultimi 3.8 milioni di anni circa, rendendolo potenzialmente tra i più duraturi dei pianeti del sistema solare.

La regione di Suisei Planitia, uno fra i siti di Mercurio nei quali sono stati rilevati i segnali magnetici provenienti dalla crosta del pianeta. Crediti: NASA, Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Carnegie Institution of Washington
La regione di Suisei Planitia, uno fra i siti di Mercurio nei quali sono stati rilevati i segnali magnetici provenienti dalla crosta del pianeta. Crediti: NASA, Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Carnegie Institution of Washington

Proprio l’ultimo giorno di Aprile del 2015, la sonda Messenger della NASA ha completato le sue operazioni schiantandosi sulla superficie di Mercurio. La sonda ha rivelato che il nucleo di ferro del pianeta ha generato un campo magnetico per gli ultimi 3.8 milioni di anni circa, rendendolo potenzialmente tra i più duraturi dei pianeti del sistema solare.

Prima di schiantarsi deliberatamente sulla superficie di Mercurio la scorsa settimana, Messenger si è tenuta a debita distanza per la maggior parte della sua missione quadriennale, compiendo un’orbita altamente ellittica che la poneva ad una distanza minima di 200 km dalla superficie bruciata del pianeta. Nei mesi prima del suo tuffo, ha spiralizzato sempre più prossima alla superficie, per poi andare in picchiata fino a circa 15 km sopra di essa. Questo le ha consentito di avere una veduta ravvicinata del campo magnetico del pianeta.

Gli astronomi sapevano già che Mercurio avesse un campo magnetico di intensità pari ad un centesimo di quello della Terra, e che la rotazione del ferro liquido nel nucleo genera il campo magnetico, proprio come avviene dentro la Terra.

Ma quando Messenger si è ritrovata ad un’altitudine di circa 100 km, ha scorto un ulteriore traccia magnetica provenire dalle rocce sulla superficie.

 

Freddi magneti

“E’ come avere un piccolo reticolo di magneti refrigeranti”, dice Catherine Johnson dell’University of British Columbia di Vancouver, in Canada. “Abbiamo sorvolato quest’area 20, 30 volte prima di adesso, e non avevamo mai visto tutto ciò. Non saremmo stai in grado di rilevare questi segnali se non avessimo sorvolato il pianeta molto da vicino.”

Il segnale è cambiato da non-esistente ad un’altitudine di 150 km a dominante a 15 km. Questo ha confermato che esso proviene necessariamente dalla crosta esterna, e che non può essere prodotto dal campo magnetico del nucleo interagente con le particelle cariche provenienti dal Sole, il che avrebbe prodotto invece un segnale considerevole già ad altitudini maggiori.

Il magnetismo al livello più alto è stato trovato dove il suolo risulta avere tra 3.7 e 3.9 miliardi di anni, sulla base della craterizzazione della superficie – le rocce più antiche sono quelle più butterate da crateri. Le rocce diventano magnetiche a causa del campo magnetico planetario quando sono ancora fuse, poichè questo campo si blocca al loro interno quando esse si raffreddano e solidificano. La presenza di magnetismo di questa età al livello del suolo ci suggerisce pertanto che Mercurio abbia avuto un campo magnetico già 3.9 miliardi di anni fa – quasi quanto l’intera durata della sua storia di 4.5 miliardi di anni.

Se tale campo così antico ha persistito fino ad oggi, renderebbe Mercurio il pianeta con i campi magnetici più duraturi conosciuti nel sistema solare. La traccia più antica del campo magnetico della Terra si colloca infatti a 3.5 miliardi di anni.

Ma Messenger non può raccontarci l’intera storia del campo magnetico di Mercurio, fa notare Hao Cao del California Institute of Technology a Pasadena. “Non sappiamo attualmente se Mercurio abbia sempre avuto un campo magnetico nell’arco dei 3.8 miliardi di anni,” egli afferma. “Questo è un grande enigma. Potrei tranquillamente immaginare che all’inizio Mercurio avesse un campo magnetico, e che poi per la maggior parte della sua vita non lo abbia avuto, per poi ritornare ad avere un campo magnetico come quello che osserviamo adesso solo in tempi recenti.”

Il prossimo visitatore di Mercurio, un satellite Giapponese-Europeo chiamato BepiColombo, potrebbe risolvere l’enigma se riuscirà ad ottenere mappe globali più dettagliate dei campi magnetici della crosta, dopo che arriverà in sito nel 2024.

Per maggiori informazioni clicca QUI.

L’articolo in lingua originale è reperibile QUI.

La ricerca pubblicata su Science è disponibile QUI.

Informazioni su Enrico Corsaro 87 Articoli
Nato a Catania nel 1986. Si laurea in Fisica nel 2009 e ottiene il titolo di dottore di ricerca in Fisica nel 2013, lavorando presso l'Università di Catania e di Sydney, in Australia. Dopo il conseguimento del dottorato ha lavorato come ricercatore astrofisico presso l'Università Cattolica di Leuven, in Belgio, e continua ad oggi la sua carriera nel Centro di Energia Atomica e delle energie alternative di Parigi. Appassionato del cosmo e delle stelle fin dall'età di 7 anni, il suo principale campo di competenze riguarda lo studio e l'analisi delle oscillazioni stellari ed i metodi numerici e le applicazioni della statistica di Bayes. Collabora attivamente con i maggiori esponenti mondiali del campo asterosismologico ed è membro del consorzio asterosismico del satellite NASA Kepler. Nonostante il suo campo di ricerca sia rivolto alla fisica stellare, conserva sempre una grande passione per la cosmologia, tematica a cui ha dedicato le tesi di laurea triennale e specialistica in Fisica e a cui rivolge spesso il suo tempo libero con la lettura e il dibattito di articoli sui nuovi sviluppi del settore.

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