La favola del piccolo pianeta “Bruno”

No, questo è un vero articolo scientifico e non uno dei miei soliti raccontini. Tuttavia, dopo aver scritto “il brutto anatroccolo” (andatevelo a rileggere, magari…), non potevo non appassionarmi a questa fantastica scoperta legata a una nana bruna. Per cui ho voluto accostarmi alla notizia in modo molto particolare. Qualche volta si può fare…

Vi era una nana bruna, chiamata ISO-Oph 102 o, dalle amiche più intime,  Rho-Oph 102.

Non c’era stato niente da fare, la sua massa non più grande di 60 volte quella di Giove, ossia solo lo 0.06 % di quella del Sole, non le aveva permesso di bruciare l’idrogeno. Solo un po’ di deuterio e nulla più. La sua vita sarebbe stata anonima e triste e mai avrebbe potuto illuminare dei pianeti, figli del suo gas e della sua polvere.

Purtroppo, non poteva nemmeno farla finita in fretta: la sua massa troppo piccola l’avrebbe fatta vivere per miliardi di anni in quelle condizioni penose. Quel disco di gas e polvere sub millimetrica che la circondava sembrava quasi prenderla in giro. Normalmente è proprio lì che le sue sorelle maggiori iniziano a formare i loro figli, con un meccanismo semplice e rapido. Le particelle solide invisibili si uniscono in fretta fra di loro per diventare granelli più grandi, raggiungendo i centesimi di millimetro, poi i decimi  e infine i millimetri. Sembra niente e invece quel limite è uno dei punti di non ritorno. Il processo di accrescimento è partito e difficilmente si può fermare. Nel giro di pochi milioni di anni in mezzo a quel disco si formano oggetti di chilometri, pronti a diventare pianeti rocciosi. Il sogno di ogni madre stella!

Lei, invece, sapeva che la sua sarebbe rimasta solo polvere sub-millimetrica. Il suo disco era troppo tenue e le velocità di incontro troppo elevate per poter formare i semi di nuove vite planetarie. Questo è il destino delle nane brune. Non solo non sono stelle, ma nemmeno possono avere la speranza di diventare madri. Sì, è vero, darebbero poca luce alle loro creature, ma li cullerebbero con tanto amore. Forse, la natura non vuole proprio dare figli a chi non può investirli con luminosità accecante. Peccato… nemmeno un cucciolo da amare.

Così pensava la nostra triste nana bruna. Si consolava con l’idea che quel misero disco sottile e sparso non sarebbe durato a lungo: tra non molto i granelli si sarebbero avvicinati e sarebbero stati ingoiati da un stella incapace di far funzionare il proprio motore nucleare. Una giusta punizione per chi non sa fare il suo mestiere? Può darsi… anche questo è Universo e bisogna accettarlo.

Da un po’ di tempo aveva perfino smesso di guardarlo, sperando dentro di sé che sparisse più in fretta possibile.

Lo stesso non aveva fatto, però, quel lontano osservatorio super tecnologico che era stato costruito sul terzo pianeta roccioso della stella Sole. Il suo nome era fin troppo complicato, Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, solo ALMA, però, per gli oggetti celesti che guardava continuamente. Usava occhiali veramente speciali che gli permettevano di guardare a lunghezze d’onda inferiori al millimetro o poco superiori.

In particolare, una notte, stava studiando con un po’ di compassione quel disco flebile che circondava una non-stella. Aveva usato gli occhiali a 0.89 millimetri ed era già stato sorpreso di vedere qualcosa. Lo stupore, però, divenne ben più grande quando inserì quelli a 3.2 mm. Con quelli non doveva vedere niente, dato che in quel disco le particelle non avrebbero mai potuto raggiungere tali “enormi” dimensioni. E invece, eccole lì, tantissime. Così tante che sembrava proprio che il processo di accrescimento sarebbe stato ormai irrefrenabile.

Quella stella mancata, quell’astro destinato a vivere da solo per sempre, avrebbe quasi sicuramente avuto un figlio roccioso. ALMA decise sul momento: lo avrebbe chiamato Bruno! Il grande radio telescopio vuol bene agli oggetti che osserva e, di nascosto dagli astronomi che lo trattavano solo come una mucchio di pezzi di metallo sofisticato, inviò un segnale chiaro e preciso verso Rho-Oph 102.

Era solo composto da due parole, più che sufficienti per la nana bruna: “Auguri mamma!”. Lei avrebbe capito…

Non chiedetemi che lunghezza d’onda ha usato per inviare il suo messaggio privato, né se sta viaggiando a velocità superiore a quella della luce. Noi umani non possiamo capire  certe cose. Io so soltanto che tra poco una stella senza speranza manderà un bagliore che non sarà spiegato dalla fisica dell’uomo: noi non possiamo sapere che  le lacrime di idrogeno brillano nel Cosmo.

Che meraviglia è l’Universo!

disco di polvere e nana bruna
Foto privata di ALMA del disco che circonda la nana bruna Rho-Oph 102. Fonte: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Kornmesser

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7 Commenti    |    Aggiungi un Commento

  1. Adoro l'impronta poetica e filosofica che hai dato all'articolo..."va giu che é un piacere!"
    Certo che sembra proprio che la realtà a volte riesca ad essere più romantica della fantasia...