Michael Gillon colpisce ancora. L’astronomo belga alla guida del team che il mese scorso ha scoperto “i sette pianeti” firma ora, insieme a numerosi astronomi dell’INAF, un altro ritrovamento: due pianetoni rocciosi a 21 anni luce da noi. I più vicini che si conoscano fra quelli che transitano davanti alla loro stella madre.

E ora chi lo acchiappa più? Michaël Gillon, l’astronomo dell’università belga di Liegi protagonista, nel febbraio scorso, della sensazionale scoperta del sistema planetario con sette mondi grandi quanto la Terra in orbita attorno alla stella Trappist-1, ha aggiunto due nuovi pianeti al suo medagliere. E lo ha fatto grazie anche a un telescopio tutto italiano: il telescopio nazionale Galileo (TNG) dell’INAF, alle Canarie. Così come all’INAF lavorano quattro dei ricercatori che firmano insieme lui il nuovo studio, pubblicato il 2 marzo su Nature Astronomy: Emilio Molinari del TNG, Giuseppina Micela dell’Osservatorio astronomico di Palermo, Giampaolo Piotto dell’Osservatorio astronomico di Padova e Alessandro Sozzetti dell’Osservatorio astrofisico di Torino.

Rappresentazione artistica del sistema planetario di HD 219134. Crediti: Avet Harutyunyan / FGG-TNG 2015

Rappresentazione artistica del sistema planetario di HD 219134. Crediti: Avet Harutyunyan / FGG-TNG 2015

Due pianeti, dicevamo. In realtà i pianeti di quel sistema sono almeno quattro (vedi grafico qui sotto), e quello più interno è da un paio d’anni che lo conosciamo: ne avevamo scritto anche su Media INAF. A differenza dei sette in orbita attorno a Trappist-1, di questi non si può certo dire che siano simili alla Terra, e non c’è alcuna possibilità che possano rivelarsi abitabili: i due descritti nell’articolo di Gillon e colleghi, i più interni e “piccini” del sistema, sono infatti entrambi molto più caldi e molto più grandi del mondo in cui viviamo. Molto più caldi perché, pur avendo una distanza e un periodo orbitale (sei-sette giorni uno, appena tre l’altro) simili a quelli dei “magnifici sette”, la stella madre, nel caso dei due nuovi arrivati, non è una tiepida nana rossa, bensì una nana arancione – nome in codice HD 219134 – poco più piccola (l’80 per cento) del nostro Sole. E molto più grandi, dicevamo: la loro massa è circa 4 o 5 volte quella del nostro pianeta. Ma come quest’ultimo sono rocciosi. Appartengono dunque alla categoria delle cosiddette super Terre.

Super Terre con un importante primato: fra i pianeti che – dal nostro punto di vista – transitano davanti alla stella madre, con la loro distanza di poco superiore ai 21 anni luce sono di gran lunga i più vicini a noi. Un primato che non sarà semplice scippargli. «È davvero improbabile che ci sia un sistema transitante più vicino a noi di HD 219134», dice infatti uno dei coautori dello studio, Francesco Pepe, dell’Osservatorio di Ginevra.

«La rilevazione dei transiti di queste due super Terre», osserva Gillon, «è un passo importante per lo studio dei mondi rocciosi che orbitano intorno ad altre stelle. La vicinanza e la luminosità della loro stella ospite, infatti, combinate con la configurazione dei transiti, consentono di caratterizzare questi pianeti in modo dettagliato. In particolare, permettono di porre vincoli accurati alle loro composizioni interne, il che potrebbe fornire informazioni nuove e importanti sull’origine dei pianeti rocciosi di grande massa e con brevi periodi di rivoluzione breve. Un risultato che dimostra quanto Spitzer, pur essendo stato lanciato nel 2003, sia ancora uno strumento chiave per lo studio dei pianeti extrasolari».

Le variazioni nel tempo delle velocità radiali dei quattro pianeti di HD 219134 misurate da HARPS-N. Quelle relative alle due super Terre descritte nello studio sono le due nei riquadri in alto

Le variazioni nel tempo delle velocità radiali dei quattro pianeti di HD 219134 misurate da HARPS-N. Quelle relative alle due super Terre descritte nello studio sono le due nei riquadri in alto

E a questo proposito va sottolineata l’importanza della doppia modalità con la quale i due pianeti stati individuati: sia con il metodo del transito, grazie appunto al telescopio spaziale Spitzer della NASA, sia con il metodo delle velocità radiali, in questo caso avvalendosi dello spettrografo HARPS North, quello installato al telescopio nazionale Galileo. Un doppio metodo che ha consentito di ricostruire con un basso margine d’incertezza sia la massa che il volume dei due lontani mondi – e dunque la loro densità, parametro fondamentale per formulare ipotesi sulla loro composizione.

«Un altro passo verso la caratterizzazione del nostro vicinato compiuto anche grazie alle osservazioni con il TNG», aggiunge comprensibilmente soddisfatto Molinari, che oltre a essere coautore dello studio è anche il direttore del telescopio nazionale Galileo.

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature Astronomy l’articolo “Two massive rocky planets transiting a K-dwarf 6.5 parsecs away”, di Michaël Gillon, Brice-Olivier Demory, Valérie Van Grootel, Fatemeh Motalebi, Christophe Lovis, Andrew Collier Cameron, David Charbonneau, David Latham, Emilio Molinari, Francesco A. Pepe, Damien Ségransan, Dimitar Sasselov, Stéphane Udry, Michel Mayor, Giuseppina Micela, Giampaolo Piotto e Alessandro Sozzetti
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Info Autore

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Nato a Catania nel 1986. Si laurea in Fisica nel 2009 e ottiene il titolo di dottore di ricerca in Fisica nel 2013, lavorando presso l'Università di Catania e di Sydney, in Australia. Dopo il conseguimento del dottorato ha lavora ... pagina autore

  1. Ringrazio anche @corrado973 per la segnalazione . Di certo questo astronomo Belga farà molto parlare di sè nei prossimi anni. E' piuttosto raro (se non forse unico) riuscire ad ottenere tutti questi lavori su riviste a così alto impatto.

  2. Grazie Enrico. Ci tenevo molto , come ti dicevo, che a postarla fossi tu anche per la presenza di 4 Italiani nel nel gruppo di ricerca